giovedì 26 novembre 2009

La Rabdomanzia. Parte I: La Bacchetta del Rabdomante


Sommario:

-I principi della rabdomanzia

-Esperimenti con la bacchetta (Costruire e reggere una bacchetta a Y; La ricerca) 

-Una semplice tecnica per liberare la mente prima di cominciare


La rabdomanzia (o radiestesia, per usare un termine più moderno) è una pratica che mi ha sempre affascinato, e già da un po' di tempo avevo voglia di parlarne nel Vecchio Focolare. Il fatto è che scrivere di rabdomanzia in maniera ampia e completa, in un blog sarebbe troppo complesso: in commercio ci sono molti libri validi su quest'argomento. In questo post e in quelli che seguiranno cercherò semplicemente di mettere in luce gli aspetti principali di questa tecnica, e senza la pretesa di fare un discorso pseudoscientifico, di invitare chi è curioso e intraprendente a sperimentarne le dinamiche. 

In genere la parola "rabdomanzia" evoca l'immagine del cercatore di acqua, metalli, oggetti nascosti e tesori per mezzo di una particolare verga a forma di Y. In realtà, però, questa tecnica è sempre stata praticata da moltissime popolazioni con gli strumenti più disparati, e con finalità divinatorie: determinare il volere degli Dei, predire il futuro, persino stabilire la colpevolezza dei condannati nei processi o determinare le cause di malattie sconosciute.

La rabdomanzia fu considerata per lunghissimo tempo come opera diabolica, ma alla fine del XYII secolo L. de Vallemont incominciò ad occuparsi dei primi studi moderni su questa pratica con la sua opera "La physique occulte ou Traité de la baguette divinatoire" (1693). Oggi, per indicare tutti i fenomeni compresi nel termine "rabdomanzia", si usa preferibilmente il nome "radiestesia" (sensibilità a radiazioni), nato probabilmente dai primi tentativi di spiegare scientificamente questo fenomeno con la tesi che dagli oggetti nascosti (acqua e metalli) partissero speciali radiazioni che i rabdomanti riuscivano a captare. Secondo il testo "La radiestesia" di R.P.J. Jurion, che ho trovato molto interessante, questa tesi è ormai superata. Jurion sostiene che la radiestesia sia in realtà un mezzo di conoscenza universale basato sull'intuito del praticante, una teoria simile a quella che espongo più avanti in questo post. Attualmente molti respingono come scientificamente infondate le tesi dei radioestesisti, altri ammettono che entro certi limiti la radioestesia abbia un fondamento. Io parlerò di rabdomanzia con un approccio empirico, ma soprattutto sciamanico.

Vediamo come funziona, a grandi linee, questa affascinante pratica divinatoria.


I principi della rabdomanzia

Come molte forme di divinazione, anche lo scopo principale della rabdomanzia è quello di comunicare con la propria consapevolezza superiore e con l'inconscio collettivo. In questo caso la risposta perviene attraverso i movimenti più impercettibili del corpo (che in una visione olistica è un tutt'uno con l'anima), movimenti che vengono poi trasmessi a uno strumento.

Gli strumenti della rabdomanzia più conosciuti sono il pendolo e la classica bacchetta a Y. Nelle tradizioni di tutto il mondo, però, possiamo trovare anche rabdomanti che utilizzano gusci di tartaruga (in Nigeria), fili avvolti su bastoncini (presso i Kasha, Nord America), aghi galleggianti (presso i Cherokee), tavolette di legno (in Sudan), chiavi infilate nelle bibbie (nelle campagne italiane) e lo stesso corpo umano (in Himalaya).

Che cos'hanno in comune tutti questi strumenti? Analizziamo brevemente i più conosciuti: il pendolo e la bacchetta.

Il pendolo è costituito da un filo (di qualsiasi materiale) alla cui estremità inferiore è fissato un peso (vedi La Rabdomanzia. Parte II: il Pendolo).

La  bacchetta a Y  è costituita da un ramo biforcuto o da due verghe di legno piuttosto flessibile (come quello di nocciolo), di cui due estremità vengono legate fra di loro, mentre le altre due vengono sorrette (non impugnate) nelle mani del rabdomante, in modo che la Y resti puntata in avanti in un equilibrio precario.

E' proprio questo il denominatore comune agli strumenti dei rabdomanti: l'equilibrio precario. Il rompersi improvviso di questo equilibrio costituirà la risposta. Il rabdomante pone il quesito: quando il pendolo incomincerà a oscillare o la bacchetta sembrerà essere strattonata improvvisamente verso il basso, in quel momento si avrà la risposta.

Se la divinazione viene praticata in modo corretto, la rottura dell'equilibrio è provocata da un movimento impercettibile del rabdomante, impercettibile a lui stesso. La sua mente, durante l'atto, dev'essere completamente libera, così che la sua consapevolezza interiore possa percepire la risposta dall'Universo e comunicarla al corpo. Il corpo, attraverso lievissimi movimenti dei muscoli, comunica il movimento al pendolo (o alla bacchetta, alla tavoletta di legno, al guscio di tartaruga, ecc...), e l'equilibrio precario si rompe.

Nella rabdomanzia, la risposta in genere è basata su un sistema binario: è un sì o un no, o comunque una sola fra due possibili scelte. Il quesito che si dovrà porre durante l'atto di divinazione dovrà dunque essere una "domanda chiusa". Se il problema è più complesso, si dovrà scomporlo in più elementi, in modo da andare ad esclusione ed arrivare ancora una volta a poter porre una domanda chiusa (quando parlerò del pendolo spiegherò più dettagliatamente questo concetto).

I principi della rabdomanzia si basano quindi sulla capacità del nostro corpo di percepire la risposta corretta a una domanda, e sulla fragilità dell'equilibrio dello strumento che si utilizza.

In questo primo post sulla rabdomanzia prenderò in considerazione uno dei due metodi più conosciuti, la bacchetta, e descriverò una semplice tecnica per liberare la mente in modo da influenzare il meno possibile i risultati con la volontà cosciente, con i propri desideri e le proprie aspettative.


Esperimenti con la bacchetta

Anni fa, un po' per gioco un po' sul serio, io e degli amici ci eravamo divertiti a costruire delle bacchette da rabdomanti con rami di nocciolo, dopo che il giardiniere del Parco Marazza di Borgomanero aveva appena finito con la potatura. Ci eravamo prefissati di trovare delle sorgenti sotterranee, e le nostre bacchette si abbassavano sempre nelle vicinanze della fontanella (ma guarda che caso!). Ovviamente quella non era vera rabdomanzia, perchè mentre lo facevamo ci prendevamo in giro a vicenda, e, per quanto mi riguarda, sicuramente non avevo preparato la mente in modo adeguato a liberarla da ogni pensiero, condizionamento o desiderio che fosse di trovare l'acqua. Però in quell'occasione capii come dovevano essere tenute le bacchette, e alla fin fine vi posso confessare che qualcuno dei tentativi di quel giorno fu fatto con serietà: quando tutti gli altri persero l'interesse per quella mattana, io incominciai a gironzolare per conto mio, silenziosa e un po' più concentrata con le mie belle bacchette di nocciolo, cercando di influire il meno possibile sul loro movimento, e trovai diversi punti dove queste si piegavano improvvisamente verso il basso. Non verificai mai se in quelle zone si trovasse effettivamente dell'acqua sotterranea, ma questa fu un'altra utile lezione: quando ci si allena in una pratica come la rabdomanzia, è sempre bene avere la possibilità di verificare se la risposta che si è trovata corrisponde al vero.

In seguito provai ancora, per conto mio, ad applicarmi più seriamente. Una volta la rabdomanzia mi è stata utile per ritrovare un paio di occhiali da sole che avevo perso durante una passeggiata coi cani, in un campo erboso vastissimo vicino al fiume Sesia. L'erba era molto alta, e cercarli a occhio nudo sarebbe stata una vera impresa. Ma ero certa di averli persi lì, in mezzo a tutto quel verde. Mi dovetti munire di molta pazienza, perchè lavorando con le bacchette bisogna dividere mentalmente il campo in vare sezioni, e passarle in rassegna tutte quante.  Ma ritrovai gli occhiali molto prima di quanto mi aspettassi: all'improvviso la bacchetta puntò verso terra, e fui davvero entusiasta quando mi ritrovai davanti i miei begli occhiali da 5 euro!

Gli esperimenti che vi propongo fra poco li ho provati in diverse occasioni durante le passeggiate che faccio coi miei cani, e anche se non sempre mi sono riusciti devo dire che la percentuale di successo è stata considerevole... e poi mi ci sono divertita!

Costruire e reggere una bacchetta a Y

Gli usi della bacchetta sono forse più limitati di quelli del pendolo, perchè come strumento è meno adatta a cercare risposte di tipo metafisico, o a fare indagini su una cartina topografica. Però è uno strumento divertente, perchè con essa possiamo tranquillamente agire all'aperto, e allenarci a cercare acqua, metalli, oggetti smarriti e sentieri.

Cercate due rami di nocciolo abbastanza sottili, lunghi all'incirca 3 spanne. Usando uno spago legatene insieme due estremità, molto saldamente. Tenete in ciascuna mano le altre due estremità dei rami, e allargateli in modo da formare una Y (come nel disegno di destra). Ora tenete le mani con i palmi verso l'alto, e sorreggete le due estremità, piegando le dita perchè non vi sfuggano di mano, ma in modo tale da lasciar libera la vostra bacchetta di oscillare in seguito a qualsiasi sollecitazione. La Y deve puntare davanti a voi.

La ricerca

Ora potrete sbizzarrirvi a cercare delle cose intorno a voi. Per esempio, durante una passeggiata potreste mettervi in cerca di un fiore o di un' erba particolare che non balza subito all'occhio, o di una zona dove questa cresce di preferenza. Nel periodo di settembre-ottobre potreste provare a sperimentare la rabdomanzia nel campo della ricerca dei funghi. Potreste cercare anche un sentiero o una strada sterrata che conduce a una certa frazione che si trova nei dintorni. I risultati di questi due tipi di indagini sono facilmente verificabili. Un po' meno la ricerca dei percorsi abituali di certi animali selvatici, anche se sarebbe interessante localizzare le tane e i nidi dellle specie che vivono nella vostra zona.  

Concentratevi mentalmente sulla questione. Visualizzate l'erba o il fungo da trovare, l'animale di cui vi interessa seguire le tracce (ovviamente dev'essere una specie che vive nella vostra zona), o il segnale stradale con la scritta del paese o della frazione che volete raggiungere.  

Prima di incominciare la ricerca vera e propria, è importante che stabiliate consciamente una convenzione: per esempio, che appena raggiungerete la direzione giusta per la vostra ricerca la bacchetta incomincerà a oscillare, e che quando arriverete a trovare l'"oggetto" prefissato la  bacchetta punterà decisamente verso il basso. Questo non interferirà con la veridicità della ricerca: si tratta semplicemente di stabilire un codice d'intesa con il proprio corpo. E' un po' come dirgli: "Quando troverai la strada giusta, dammi questo segnale, e io capirò".

Ora potete incominciare a camminare verso le varie direzioni, con la punta della vostra bacchetta in avanti. Osservate il suo comportamento.  Questo è il momento di agire con la mente libera dai condizionamenti e dalle aspettative. Fatevi da parte, e lasciate fare al vostro corpo. Ci vorrà un po' di pazienza. 

Osservate semplicemente la bacchetta, seguite le sue oscillazioni man mano che diventano più decise. Appena raggiungerete l'erba, la frazione o l'albero su cui si trova il nido dell'uccello (per esempio) che vi eravate prefissati di trovare, la bacchetta potrebbe anche strattonare improvvisamente all'ingiù. Tutto dipende dalla vostra sensibilità, dall'allenamento, e dalla capacità che dimostrete di non farvi condizionare dalla volontà cosciente. 

Un esercizio più semplice potrebbe essere quello di individuare i quattro punti cardinali. Stabilite di individuarne uno solo, per esempio il Sud. Girate su voi stessi con la vostra bacchetta fra le mani. Dovrete girare molto molto lentamente. Se non vi riesce al primo tentativo provate di nuovo. Quando vi troverete rivolti a Sud, la bacchetta dovrebbe abbassarsi. Questo esercizio mi è riuscito abbastanza spesso. Ovviamente vi conviene portare con voi una bussola per verificare la correttezza del risultato.


Una semplice tecnica per liberare la mente prima di cominciare: "La Fontana"

Mi sono ispirata a una tecnica proposta nel libro "Segni e presagi" di Sarvananda Bluestone, proprio nel capitolo che parla di pendoli e rabdomanzia. L'ho semplificato di molto, perchè quando si è in giro per boschi è molto più semplice liberare la mente e mettersi in sintonia con l'ambiente vivo che ci circonda, anche senza esercizi elaborati, e perchè penso che dal punto di vista psichico la pratica con le bacchette sia un po' meno difficoltosa di quella con il pendolo.

1)In piedi ed eretti, con le gambe leggermente divaricate e i piedi ben piantati al suolo, chiudete gli occhi.

2)Fate dieci respiri profondi, inspirando dal naso ed espirando dalla bocca.

3)Concentratevi sulla sommità della vostra testa. Cercate di far scorrere tutte le vostre energie verso quel punto, e lasciatele uscire verso l'alto come una fontana. Pensieri di qualsiasi tipo, desideri, immagini: buttate fuori tutto dalla vostra testa.

4)Rimanete per un paio di minuti concentrati sull'immagine della fontana. Ora siete pronti per cominciare a sperimentare con la vostra bacchetta.

Questo breve esercizio, per quanto semplice, non è da trascurare, perchè sia con la bacchetta, e ancora di più con il pendolo, vi accorgerete di quanto è facile influenzare i risultati secondo le nostre aspettative. Invece, mai come nella rabdomanzia, il nostro intelletto deve farsi da parte e accontentarsi del ruolo di osservatore. Ancora una volta, è il nostro Sè che deve comunicare con il resto dell'Universo, cogliere i suoi segnali e trasmetterli al corpo, che a sua volta trasmetterà i suoi movimenti impercettibili allo strumento che abbiamo costruito perchè questi possa parlarci in modo chiaro e inequivocabile. 

Nei prossimi post parlerò del pendolo (vedi La Rabdomanzia. Parte II: il Pendolo), che è un metodo un po' più complesso ma anche più versatile, e nella terza puntata dedicata alla rabdomanzia passerò in rassegna la sorprendente varietà di forme che può assumere questa pratica antichissima, e la fantasia con cui è stata applicata presso tutti i popoli della terra.


La prima e l'ultima immagine di questo post sono state scannerizzate dal libro di mia proprietà "La radiestesia" di R.P.J. Jurion, edito da Hoepli. La prima è una stampa raffigurante un rabdomante nel XVII secolo e s'intitola "La recherche des eaux souterraines" (autore F. Vercelli), l'ultima è un'incisione in legno raffigurante una ricerca di sorgenti presso Vitruvio (dall'edizione "De Architectura", Argentorati, 1543).  Le due immagini centrali sono state disegnate dal mio ragazzo Jimmi per illustrare in modo dettagliato com'è fatta una rudimentale  bacchetta da rabdomante, e il modo corretto di impugnarla. Grazie Jimmi, sei un vero artista!!!

giovedì 19 novembre 2009

"Una stanza tutta per sè" di Virginia Woolf



Avevo sentito parlare molto di questo libro. L'avevo comprato qualche estate fa in una fiera a Lido Adriano, ma, avendo altre letture in ballo, lo lasciai da parte per un bel po' di tempo, dimenticandomene poi del tutto... Solo di recente, dopo aver letto qualche interessante recensione, l'ho ripreso in mano. Me lo sono gustato in un paio di giorni, e mi ha toccato così nel profondo che adesso voglio parlarvene.

Per chi non l'avesse ancora letto, "Una stanza tutta per sè" (intitolato originariamente "Le donne e il romanzo") è un racconto-saggio che Virginia Woolf scrisse riunendo gli appunti e i pensieri che aveva aveva annotato durante la preparazione di due conferenze, da lei tenute per le studentesse del Newnham e del Girton College di Cambridge.
E'scritto in modo molto colloquiale, e in esso si alterna, soggettiva e piena di atmosfera, la narrazione dei pochi giorni in cui la scrittrice preparava le conferenze, con il flusso continuo di riflessioni sul rapporto fra le donne e l'arte dello scrivere.

Perchè partendo da questo argomento Virginia Woolf è arrivata a intitolare il suo saggio "Una stanza tutta per sè"?
La "stanza tutta per sè" è il luogo speciale dove uno scrittore può isolarsi dalla quotidianità, dalle voci esterne, dove può dimenticare la realtà più prosaica per entrare in una dimensione adatta alla creazione. Il libro si incentra sulle condizioni restrittive che la donna ha dovuto subire nei secoli prima di potersi permettere una stanza tutta per sè, che in quest'opera simboleggia sia il grembo in cui avviene il concepimento dell'opera d'arte, sia l'emancipazione in termini di denaro, di proprietà, o perlomeno di opportunità.

La domanda principale che si pone l'autrice è: quante donne, nel corso dei secoli, hanno potuto avere una stanza tutta per sè? Quante donne hanno avuto le stesse possibilità che venivano offerte agli uomini di sviluppare il proprio talento?

La donna nella società occidentale, prima del XX secolo, è sempre stata materialmente povera e umanamente sminuita. Relegata esclusivamente al ruolo di prolificatrice (più che di madre) e di serva nelle famiglie più povere, di soprammobile nelle classi più abbienti, e di proprietà dei mariti in generale, se mai prima di sposarsi possedeva qualche ricchezza, questa le veniva automaticamente tolta con il matrimonio, per passare nelle tasche del consorte.
 La Woolf fa riferimento alla condizione femminile in particolare a partire dal XVII secolo, periodo in cui l'Inghilterra partorì la genalità di William Shakespeare, e fa notare come il ruolo secondario (per la mentalità del tempo) e la povertà materiale della donna fossero estremamente legati fra di loro.
Se la donna, cui gli unici meriti riconosciuti sono sempre stati solo nell'ambito della conduzione familiare, non ha mai contribuito al sostentamento economico della famiglia o all'evoluzione politica e storica del mondo, come poteva, secondo il pensiero corrente, esprimere in un'opera qualcosa che avesse una minima rilevanza? Che motivo c'era d'incoraggiarla a scrivere? A chi poteva importare di leggere il prodotto banale che scaturiva dai pensieri di un essere tanto insignificante? A chi poteva interessare anche solo preoccuparsi di procurare un'istruzione alla propria figlia?

Se pure qualche donna in passato avesse trovato il coraggio di affrontare i pregiudizi del proprio tempo, di esprimere pensieri e sentimenti tramite qualche forma d'arte, sarebbe stata sminuita e osteggiata dalla società... persino dalle altre donne.

L'autrice ci porta a immaginare la storia di un'ipotetica Shakespeare, con un talento pari a quello del fratello: cos'avrebbe potuto fare per esprimere il suo spirito in una società come quella in cui era nata? Avrebbe potuto frequentare la scuola secondaria come il fratello? Avrebbe potuto, come fece lui, partire per Londra, diventare una commediografa di successo e trovarsi al centro della società contemporanea?  Avrebbe forse potuto dissetare il suo spirito geniale facendo esperienza sui palcoscenici, e scrivendo commedie che sarebbero state accolte con entusiasmo dal grande pubblico? La vita le avrebbe offerto le stesse opportunità di cui ha potuto valersi William Shakespeare?
No. Al più, immagina la Woolf, per seguire le orme del fratello avrebbe potuto scrivere qualcosa, e leggere qualche suo libro, ma sempre di nascosto; sarebbe poi fuggita da casa dopo essere stata malmenata dal padre per aver rifiutato un matrimonio combinato; avrebbe forse cercato fortuna presso qualche compagnia teatrale, e dopo sventure, rifiuti, dopo essere stata esposta a qualsiasi tipo di violenza, se fortunata sarebbe rimasta incinta di qualche capocomico, di qualche brav'uomo che l'avrebbe poi sposata, destinandola al tanto odiato ruolo che era stato proprio di sua madre, della madre di sua madre e così via... e presa dalla disperazione si sarebbe probabilmente uccisa per rimanere fedele alla strada che aveva cercato di intraprendere, al suo genio selvaggio, perchè il suo unico destino doveva rimanere quello della sottomissione, dell'anonimato, della castrazione di ogni aspirazione che non fosse quella di essere una madre e una moglie.

Mi fa sempre un grande effetto rileggere questo passo:
"Quando leggo di una strega gettata nel fiume, di una donna posseduta dai diavoli, di una levatrice esperta di erbe, o perfino dell'esistenza della madre di qualche uomo notevole, penso che siamo sulle tracce di un romanziere perduto, di un poeta costretto al silenzio, di qualche muta e ingloriosa Jane Austen, di qualche Emily Bronte che si sarà fracassata il cervello fra le brughiere, oppure avrà vagato gemendo per le strade, resa pazza dalla tortura inflittale dal proprio talento. Infatti sarei capace di scommettere che Anonimo, il quale scrisse tante poesie senza firmarle, spesso era una donna. E' stata una donna, suggerisce Edward Fizgerald, credo, a comporre le ballate e i canti popolari, accordandoli al ritmo della culla, oppure per ingannare il tempo mentre filava, durante le lunghe sere d'inverno."

Anche con l'arrivo del '700,  quando qualche nobildonna istruita incominciava a lasciar traccia, nei suoi diari e nelle sue lettere, di poesie e di narrazioni degne dei migliori romanzi, certe descrizioni e certi slanci geniali erano destinati a rimanere nascosti negli in folio, o accolti con ironia e con aria condiscendente dagli uomini di corte e dai professori più in vista dell'epoca. 
Siamo ancora molto lontani dall'emancipazione della donna come artista: gli scritti sono pervasi di frustrazione, talvolta di rabbia per la condizione femminile, e questi sentimenti soffocano la purezza dell'arte di queste pioniere nello scrivere.
Nel libro è riportato, fra i vari assaggi delle troppo poco declamate scrittrici dell'epoca, un breve passo della poesia geniale, e tuttavia contaminata dalla rabbia della duchessa Margaret di Newcastle, che io trovo emblematico: "Le donne / vivono come pipistrelli o gufi, / lavoran come bestie, muoiono come vermi..."

Persino nell'800 si riscontra ancora un residuo della ricerca di anonimità, un retaggio del senso di pudore che è sempre stato imposto alla donna dalla società, da parte di molte grandi scrittrici che nascondevano la loro identità dietro pseudonimi maschili: vengono citate Currer Bell (Charlotte Bronte), George Elliott e George Sand. Ognuna di queste donne doveva fare i conti con un sentimento ostile che avrebbe accolto le loro opere, se pubblicate con un nome femminile; con professori e critici che in ogni momento avrebbero ricordato loro che erano fuori posto, che le avrebbero derise per aver preteso di arrivare dove per una donna è impossibile; e tutto questo era da confutare, da contestare... tutto questo, secondo la Woolf, influenzava in modo decisamente negativo i loro scritti, perchè limitava il loro punto di vista di artiste e impediva al loro genio di esprimersi in slanci di pura creazione.

Perchè è proprio qui che, con "Una stanza tutta per sè", Virginia Woolf vuole arrivare. "Qual'è lo stato d'animo più propizio alla creazione?" si chiede, e ci chiede a un certo punto. E dopo qualche pagina risponde: "[...] la mente dell'artista, per poter compiere lo sforzo prodigioso di liberare nella sua totalità l'opera che è in lui, dev'essere incandescente [...]. Non ci dev'essere in essa alcun ostacolo, alcuna materia non consumata."

La "stanza tutta per sè" e la rendita di 500 sterline l'anno a cui la Woolf accenna spesso e volentieri durante tutto il saggio, non si riferiscono esclusivamente all' indipendenza prettamente economica che un'aspirante scrittrice dovrebbe cercare di raggiungere. E' la condizione necessaria per poter gestire la propria vita senza dover giustificare le proprie scelte a nessuno; è strettamente legata a una mente libera dal timore di essere giudicata e contestata in quanto donna che dipende dall'uomo.

Certamente ci vorrà ben più di una generazione di romanziere, poetesse, saggiste e via dicendo perchè la donna possa scrollarsi di dosso ogni retaggio di dipendenza, ogni complesso di inferiorità provocato da millenni di tentativi, da parte delle varie società, di soffocare le sue velleità artistiche.  Perchè smetta di sentirsi osservata e criticata, perchè smetta di sentirsi in dovere di affermare la propria femminilità di fronte all'arroganza di quei professori che l'hanno sempre guardata come "un barbocino che ha imparato a ballare". Perchè smetta di scrivere per dimostrare il proprio valore al sesso opposto.

L'ultimo capitolo si apre con uno spaccato di Londra, visto dalla finestra della camera dell'autrice. Nella grigia routine di tutti i giorni, una scena significativa si presenta ai suoi (e ai nostri) occhi come una rivelazione. Ricordate quando si parlava della divinazione come della capacità di comprendere i segni che ci appaiono all'improvviso, durante la quotidianità? Sentite come si esprime Virginia:
"A questo punto, come a Londra capita spesso, sopravvenne una calma completa; il traffico cessò. Nulla scendeva per la strada; non passava nessuno. Una foglia si staccò dal platano alla fine della strada, e cadde in mezzo a quella pausa, a quella sospensione. Era come un segnale che cadeva, un segnale che indicava nelle cose una forza inavvertita. Pareva segnalare un fiume che scorreva invisibile lungo la strada, girava l'angolo e sollevava le persone in un turbine [...]. Ora portava, da un lato all'altro della strada, diagonalmente, una ragazza dagli stivaletti lucidi; e poi un giovane dal cappotto marrone; e anche un taxi; tutti e tre si incontrarono in un punto proprio sotto la mia finestra; lì il taxi si fermò; si fermarono la ragazza e il giovane; entrarono nel taxi; e poi la macchina scivolò via, come trascinata altrove dalla corrente."

Con la visione della coppia che sale sul taxi La Woolf arriva finalmente al compimento di tutte le riflessioni in cui si è immersa nei giorni precedenti. L'aver compiuto ricerche sui costumi dei tempi passati; l'aver sfogliato saggi scritti da uomini, in cui uomini dissertano sulle donne, sulle loro condizioni, sul senso della loro esistenza; l'aver ragionato sul rapporto che l'uomo ha con la donna, sul rapporto che la donna ha con l'arte, sul rapporto che poetesse, romanziere e saggiste hanno con la società; tutto questo ha fatto sì che la sua mente si sia tesa nello sforzo enorme di ricavare un messaggio per le aspiranti scrittrici che assisteranno alla sua conferenza, che berranno ogni sua parola per distillarne un nocciolo di verità pura...
La visione del taxi, dove un uomo e una donna si riuniscono e partono per chissà dove, scioglie finalmente la tensione di tutte le considerazioni fatte sinora: è un'epifania.
E l'improvvisa soddisfazione con cui la Woolf assiste alla scena, la porta a chiedersi se la mente abbia "due sessi che corrispondono ai sessi del corpo, e se anch'essi debbano unirsi per giungere alla completa soddisfazione e alla felicità".
Il taxi è come un'apparizione, in cui si condensa lo scopo di tutto il saggio.
I due sessi non possono esistere indipendentemente l'uno dall'altro. Nonostante "tutto questo opporre un sesso all'altro, una qualità all'altra; tutto questo rivendicare superiorità e attribuire inferiorità", l'esperienza ha sempre dimostrato che l'uomo ha bisogno della donna, e che la donna ha bisogno dell'uomo, perchè entrambi si completano a vicenda.
E analogamente, che un'opera d'arte profonda e duratura abbia bisogno delle prospettive di entrambe i sessi per essere concepita: solo una mente androgina può creare un'opera d'arte incontaminata, senza ragionamenti tipicamente femminili o maschili che la possano inquinare.
Per la Woolf la mente androgina è risonante e porosa; trasmette l'emozione senza ostacoli; è naturalmente creatrice, incandescente e indivisa. 
Chi scrive dev'essere solo sè stesso, deve isolare la materia su cui scrive da tutte le possibili corruzioni  di carattere sessista, che implicherebbero una visione limitata e piena di risentimento.
Ci vorrà ancora una consistente tradizione di scrittrici prima che le eredi della stessa Virginia Woolf smettano definitivamente di usare la letteratura come metodo di autoespressione femminista.
Perchè, per usare le parole dell'autrice, incomincino sì a scrivere da donna, ma dimenticando di essere donne.

E indubbiamente l'avere una stanza tutta per sè, con tutte le sue implicazioni di carattere simbolico, ma anche con l'esortazione di tipo più prosaico "Siate indipendenti, anche economicamente", è la premessa ideale perchè una donna possa scrivere con una mentalità androgina, davvero universale.


Le immagini di questo post sono state scannerizzate dal libro di mia proprietà "Una stanza tutta per sè" di Virginia Woolf, Newton Compton Editori. L'immagine di copertina è un dipinto di Edward Hopper e s'intitola "Room in Brooklyn" (1932).

martedì 10 novembre 2009

Alcuni rimedi naturali per la salute dei nostri cani


Sommario:
-Cani che brucano...
-Qualche rimedio erboristico per chi non possiede un giardino
-Spicchi d'aglio e foglie di noce contro pulci, zecche e parassiti vari
-Terra e Acqua per curare molti mali



AVVERTENZA: i consigli che descrivo in questo post sono tratti da varie fonti, perlopiù da libri di erboristeria e da esperienze e osservazioni fatte personalmente. Prima di applicare ognuno di essi, ho sempre parlato con la mia veterinaria di fiducia: raccomando a voi di fare altrettanto, perchè  ogni cane ha le sue peculiarità di razza (anche i meticci), la sua età, il suo stato di salute, e quello che può andar benissimo per i miei cani potrebbe essere sconsigliato, o persino dannoso, per altri.

Qualche anno fa, quando avevo incominciato ad appassionarmi di erboristeria, dopo un po' avevo incominciato a chiedermi se certe cure adatte a noi fossero applicabili anche ai cani.
Volevo essere prudente, perchè i cani hanno un metabolismo abbastanza diverso dal nostro, basti pensare a quanto sono velenosi per loro l'alcool, il caffè e il cioccolato... Per cui anche per quanto riguarda l'argomento erboristeria ci sono andata molto cauta.
Il segreto è osservarli.
Cani che brucano...
Sappiamo che i cani hanno una capacità incredibile di distinguere ciò che in natura è per loro nocivo o salutare, e questo riguarda anche le erbe. In passeggiata abbiamo più volte osservato come spesso si fanno certe scorpacciate di gramigna, che è utile per farli andare di corpo.
In giardino, poi, quando avevo incominciato a far crescere le aromatiche come il rosmarino, la menta e il timo, nonostante avessi recintato l'aiuola con dei paletti, li vedevo spesso invadere l'area proibita per frequentarla come fosse una piccola farmacia naturale.
Loro sanno sempre cosa mangiare o dove strusciarsi... spesso li vedo mangiare l'ortica a grandi morsi voraci (mi chiedo come facciano a non irritarsi la lingua!), o se li annuso li sento profumare intensamente di mentuccia. La mia Kina, poi (la lupona fulva della 3° foto), in tarda estate divora tutti i boccioli delle settembrine (arbusti che in settembre darebbero dei graziosissimi fiori rosa e viola), ma lo fa con tanta passione che alla fin fine la lascio fare... con gran disperazione di mia mamma!
Allora decisi di recintare l'aiuola con una rete più alta, altrimenti le erbe che coltivavo si riempivano di peli e diventavano inutilizzabili. Però in compenso piantai in giro per il giardino arbusti e cespugli delle loro erbe preferite, cosicchè potessero servirsi senza problemi delle medicine di cui hanno bisogno.
Se avete la fortuna di avere un piccolo pezzo di terreno, mettete a disposizione anche dei vostri cani le aromatiche di uso più comune (rosmarino, menta, ortica, salvia, timo) circondandone magari il fusto con una protezione di legno o di plastica (da sostituire periodicamente) per evitare che i maschietti vi urinino sopra uccidendo la pianta.
E lasciate in giro anche un pochino di gramigna!
Qualche rimedio erboristico per chi non possiede un giardino
Vi segnalo comunque qualche rimedio erboristico che si può somministrare senza problemi anche ai cani. Alcuni di questi rimedi li ho trovati nel libro di Marie-France Muller (psicologa e naturopata) "La medicina naturale per i nostri cani", altri li ho appresi con l'esperienza.
Per congiuntiviti e infiammazioni agli occhi gli impacchi di camomilla o malva (o entrambe) sono l'ideale. Basta impregnare un pezzo di cotone con l'infuso (raffreddato) e tenerlo sull'occhio per circa 5-10 minuti. L' operazione si dovrebbe ripetere ogni 3 o 4 ore.
Per bronchiti e problemi respiratori si possono somministrare ai cani tisane e infusi di eucalipto, timo, cannella e ginepro. Ci si dovrà adeguare a somministrarglieli con un cucchiaio, proprio come coi bambini.
Per regolarizzare il calore della femmina potete dar loro degli infusi di salvia una settimana prima dell'inizio previsto: la salvia è un'erba emmenagoga, e come stimola le mestruazioni nella donna, anche in questo caso avrà lo stesso effetto.
Per la crescita dei cuccioli e come depurativo l'ortica è l'ideale. Si può somministrare sia come infuso che mischiandone le foglie nel pasto, cotte insieme ai legumi.
Inalazioni per i raffreddamenti: bloccate in qualche modo il vostro amico all'interno della cuccia e ponete davanti alla porta un diffusore di aromi dove avrete messo un po' di olio balsamico. Per questo scopo vanno benissimo l'olio di eucalipto, di pino, di  timo, di limone  o di lavanda. Coprite il tutto con uno spugnone, e non badate troppo alle sue lamentele: la cosa durerà solo qualche minuto... in fondo neanche a noi piace fare l'aerosol!
Spicchi d'aglio e foglie di noce contro pulci, zecche e parassiti vari
 Molto spesso ci troviamo a dover spendere durante tutta l'estate cifre non indifferenti per comprare le fialette antipulci come il Front Line. Ma per questo problema c'è una soluzione salutare e senza dubbio molto più economica: l'aglio. 
L'aglio, oltre a essere uno degli antisettici e antitumorali più potenti in natura, è un efficace antipulci, antizanzare e antizecche. Questo è dovuto al fatto che praticamente tutti i parassiti ne detestano il gusto e l'odore. Se nella dieta dei cani è presente l'aglio, il sangue s'impregna di quell'odore e di quel sapore.
Quando venni a conoscenza di questa cosa, domandai alla mia veterinaria se l'aglio potesse essere in qualche modo nocivo per i cani, spiegandole lo scopo per cui avevo intenzione di impiegarlo. Lei mi rispose che non sarebbe stato affatto nocivo, che si poteva darglielo quotidianamente, ma che secondo lei contro pulci e zecche non avrebbe sortito alcun effetto.
Io ci provai, e constatai che invece l'aglio è molto efficace. Ho tre cani, due di taglia media, uno di taglia grossa. Metto in ciascuna delle loro ciotole uno spicchio d'aglio tagliato a pezzettini, mischiato col resto del cibo, un giorno sì e uno no.
I cani non sono schizzinosi: certi, anzi, ci prendono gusto e ne diventano ghiotti!
Noi non sentiremo nessun odore sgradevole sul loro pelo, ma pulci e compagnia bella troveranno il loro sangue disgustoso, e se ne accorgeranno già da lontano.
Adesso durante l'estate gli somministro il Front Line solo un paio di volte, perchè è comunque utile per disinfettare e purificare gli ambienti che i cani frequentano da eventuali uova e dalle pulci più temerarie.
Per tenere lontani i parassiti dalle cucce, inoltre, è molto efficace ricoprirne il pavimento con un tappeto di foglie di noce fresche, da cambiare spesso.
Per il resto l'aglio fa il suo dovere senza bisogno di altro. Senza contare quanto sia benefico per la loro circolazione, per i reumatismi, per eventuali infezioni e per la prevenzione dei tumori.
Terra e Acqua per curare molti mali
Avete mai notato come, durante le passeggiate in campagna, i cani amino razzolarsi nelle pozzanghere e farcisi dei veri e propri bagni?
Il mio Nuvolino se ne sta interi minuti a fare i suoi semicupi, mentre Kina e la Bubi ci sguazzano
appassionatamente impantanandosi da capo a piedi... Dove vivo io il terreno è argilloso, e non mi preoccupo se vanno in giro ad infangarsi tornando irriconoscibilmente melmosi: so che gli fa bene. Il fango dopo un po' si asciuga e si stacca, e dopo una bella spazzolata il pelo è più lucente di prima.
I cani vanno a cercare l'argilla per le sue numerose proprietà: favorisce la cicatrizzazione delle ferite, assorbe e drena le sostanze tossiche, i microbi e i batteri, favorisce la ricostruzione del tessuto osseo, è un prezioso medicamento gastrico, riequilibra la flora intestinale, rinforza le difese dell'organismo, combatte l'anemia e rivitalizza gli organismi indeboliti.
Anche in casa possiamo curare i nostri cani con l'argilla. La si trova in erboristeria e in farmacia, sia frantumata per le applicazioni esterne sia polverizzata per l'assunzione via orale. 

Uso interno
Sempre nel libro "La medicina naturale per i nostri animali" Marie-France Muller consiglia di aggiungere l'argilla all'acqua nelle ciotole dei nostri animali. La dose è di 4 cucchiai per litro d'acqua. Per un animale malato consiglia di somministrarne un cucchiaino in mezzo bicchiere d'acqua.
Io ho provato a metterne un po' (di quella polverizzata comprata in erboristeria) nelle ciotole dei miei cani, ma inspiegabilmente essi la ignorano, mentre bevono molto volentieri quella che trovano in natura.
In ogni caso potete provare anche voi.
Le azioni benefiche dell'argilla assunta per via intern
a sono molte, perchè essa non si limita a curare il singolo problema, ma agisce su tutto l'organismo, riequilibrandolo e stimolandolo ad assimilare le sostanze che il corpo malato non è in grado di trattenere. Inoltre assorbe ed elimina le tossine, e regola il metabolismo e l'azione delle ghiandole endocrine.

Uso esterno

Le preparazioni ideali per l'uso esterno dell'argilla sono il cataplasma e i fanghi, due trattamenti analoghi ma che differiscono per la loro intensità.
Per preparare il cataplasma utilizzo un contenitore
di terracotta. Può essere anche di legno o di vetro: l'importante è che non sia di metallo o di plastica.
Mi munisco di un panno possibilmente di tessuto naturale (pare che i tessuti sintetici riducano l'efficacia del trattamento). Il panno dev'essere spesso, e parecchio più largo della parte interessata al trattamento.
Verso nella ciotola un po' di argilla (anche quella frantumata va benissimo)  e la ricopro d'acqua,
tenendo da parte un altro po' di argilla nel caso il mio preparato diventi troppo fluido.
Lascio riposare il tutto in modo che la terra assorba l'acqua, senza metterci le mani (altrimenti il composto rischia di diventare un pasticcio).
Una volta che l'argilla è diventata una pasta liscia e omogenea, con un cucchiaio di legno la spalmo per uno spessore di circa cinque-sette millimetri sul panno o sulla garza.
A questo punto applico il cataplasma sulla parte interessata, fissandola con una fasciatura in modo che stia ferma (ma che non sia troppo stretta). Lo lascio per un lasso di tempo che va da qualche minuto a diverse ore, a seconda del trattamento da effettuare.
In questo periodo tengo d'occhio i miei cani, perchè spesso cercano di strapparsi di dosso il medicamento. Per questo lo faccio verso sera.

Per decongestionare gli organi interni affetti da uno stato infiammatorio o infettivo sono sufficienti due o tre ore: meglio non stressare l'organismo con più cataplasmi al giorno.
Quando il mio Nuvolino aveva un'infiammazione ai reni per via di piccoli calcoli (nella pipì erano presenti delle gocce di sangue) ho preferito fargli solo un cataplasma al giorno fino alla completa guarigione. La veterinaria gli aveva prescritto un mangime speciale (e costosissimo) da prendere per due mesi, ma con i cataplasmi di argilla è bastato dargliene solo per un mese: alla fine lui è guarito alla perfezione, e il problema non si è mai più ripresentato.


Per il trattamento di ossa, vertebre e articolazioni (osteoporosi, decalcificazione, rachitismo) il cataplasma va tenuto per tutta la notte. E' un vero toccasana per i cani un po' anzianotti.
La mia Bubi ha tredici anni, e fino all'anno scorso incominciava a irrigidirsi nella zona delle anche e nelle zampe posteriori (nonostante fosse ancora in grado di correre come un proiettile, incominciava a far fatica a salire le scale, e non riusciva più a saltare in macchina quando si doveva andare da qualche parte). Durante i week-end ho incominciato ad applicarle i cataplasmi d'argilla, venerdì e sabato notte. Adesso è tornata ad essere agile, e non soffre più.

Per la cura di piaghe o ascessi il cataplasma può essere sostituito anche dopo un'ora, ma io preferisco sostituirlo ogni venti minuti-mezz'ora, perchè protrarre una singola applicazione può causare dei danni. 
I fanghi possono essere utilizzati quando si teme una reazione troppo forte al cataplasma.
Per prepararli basta aggiungere più acqua al preparato iniziale, in modo che diventi molto più fluido, ed immergervi un asciugamano (sempre in tessuto naturale).
Quindi, una volta impregnato di fango, applicare sulla parte interessata, ricoprire con un altro asciugamano o panno asciutto e fissare il tutto con una fasciatura.
Qualche volta la mia Kina, in estate, ha problemi di allergie e arrossamenti. In quelle occasioni le spalmo un po' fango direttamente sulla parte interessata e la lascio libera di gironzolare in giardino. Dopo un po' il fango si secca e si polverizza, e in qualche giorno Kina guarisce (
la veterinaria mi ha consigliato di darle, in quei periodi, un menù a base di carne d'agnello e verdure).  
Una volta trascorso il tempo previsto, il cataplasma (o il panno impregnato di fango) va tolto e i residui di terra vanno eliminati con acqua tiepida, ma niente sapone.
Ovviamente l'argilla utilizzata va buttata via perchè è piena di sostanze tossiche, e le garze, le fascie e tutti i tessuti utilizzati per l'applicazione vanno lavati bene e fatti asciugare all'aria aperta.
Nei casi di piaghe e ulcere, in seguito al cataplasma si può riscontrare un apparente peggioramento del male, come sanguinamento e fuoriuscita di pus, ma non è il caso di impressionarsi, perchè in realtà è così che avviene la guarigione. Come in molte cure olistiche il male viene tolto alla radice: le sostanze nocive e infette devono venire eliminate prima che la ferita si possa cicatrizzare e guarire definitivamente.



I modelli delle foto di questo post sono Nuvolino, di professione attore e ladro, Kina, cagnolona buona e chiacchierona, e quella vecchia canaglia della Bubi. L'ultima immagine è un omaggio al Break, un amico che se n'è andato nel lontano '94 per aver mangiato una polpetta avvelenata. Il gattone bianco si chiamava Pelucco, suo amico inseparabile.
Related Posts with Thumbnails