giovedì 19 novembre 2009

"Una stanza tutta per sè" di Virginia Woolf



Avevo sentito parlare molto di questo libro. L'avevo comprato qualche estate fa in una fiera a Lido Adriano, ma, avendo altre letture in ballo, lo lasciai da parte per un bel po' di tempo, dimenticandomene poi del tutto... Solo di recente, dopo aver letto qualche interessante recensione, l'ho ripreso in mano. Me lo sono gustato in un paio di giorni, e mi ha toccato così nel profondo che adesso voglio parlarvene.

Per chi non l'avesse ancora letto, "Una stanza tutta per sè" (intitolato originariamente "Le donne e il romanzo") è un racconto-saggio che Virginia Woolf scrisse riunendo gli appunti e i pensieri che aveva aveva annotato durante la preparazione di due conferenze, da lei tenute per le studentesse del Newnham e del Girton College di Cambridge.
E'scritto in modo molto colloquiale, e in esso si alterna, soggettiva e piena di atmosfera, la narrazione dei pochi giorni in cui la scrittrice preparava le conferenze, con il flusso continuo di riflessioni sul rapporto fra le donne e l'arte dello scrivere.

Perchè partendo da questo argomento Virginia Woolf è arrivata a intitolare il suo saggio "Una stanza tutta per sè"?
La "stanza tutta per sè" è il luogo speciale dove uno scrittore può isolarsi dalla quotidianità, dalle voci esterne, dove può dimenticare la realtà più prosaica per entrare in una dimensione adatta alla creazione. Il libro si incentra sulle condizioni restrittive che la donna ha dovuto subire nei secoli prima di potersi permettere una stanza tutta per sè, che in quest'opera simboleggia sia il grembo in cui avviene il concepimento dell'opera d'arte, sia l'emancipazione in termini di denaro, di proprietà, o perlomeno di opportunità.

La domanda principale che si pone l'autrice è: quante donne, nel corso dei secoli, hanno potuto avere una stanza tutta per sè? Quante donne hanno avuto le stesse possibilità che venivano offerte agli uomini di sviluppare il proprio talento?

La donna nella società occidentale, prima del XX secolo, è sempre stata materialmente povera e umanamente sminuita. Relegata esclusivamente al ruolo di prolificatrice (più che di madre) e di serva nelle famiglie più povere, di soprammobile nelle classi più abbienti, e di proprietà dei mariti in generale, se mai prima di sposarsi possedeva qualche ricchezza, questa le veniva automaticamente tolta con il matrimonio, per passare nelle tasche del consorte.
 La Woolf fa riferimento alla condizione femminile in particolare a partire dal XVII secolo, periodo in cui l'Inghilterra partorì la genalità di William Shakespeare, e fa notare come il ruolo secondario (per la mentalità del tempo) e la povertà materiale della donna fossero estremamente legati fra di loro.
Se la donna, cui gli unici meriti riconosciuti sono sempre stati solo nell'ambito della conduzione familiare, non ha mai contribuito al sostentamento economico della famiglia o all'evoluzione politica e storica del mondo, come poteva, secondo il pensiero corrente, esprimere in un'opera qualcosa che avesse una minima rilevanza? Che motivo c'era d'incoraggiarla a scrivere? A chi poteva importare di leggere il prodotto banale che scaturiva dai pensieri di un essere tanto insignificante? A chi poteva interessare anche solo preoccuparsi di procurare un'istruzione alla propria figlia?

Se pure qualche donna in passato avesse trovato il coraggio di affrontare i pregiudizi del proprio tempo, di esprimere pensieri e sentimenti tramite qualche forma d'arte, sarebbe stata sminuita e osteggiata dalla società... persino dalle altre donne.

L'autrice ci porta a immaginare la storia di un'ipotetica Shakespeare, con un talento pari a quello del fratello: cos'avrebbe potuto fare per esprimere il suo spirito in una società come quella in cui era nata? Avrebbe potuto frequentare la scuola secondaria come il fratello? Avrebbe potuto, come fece lui, partire per Londra, diventare una commediografa di successo e trovarsi al centro della società contemporanea?  Avrebbe forse potuto dissetare il suo spirito geniale facendo esperienza sui palcoscenici, e scrivendo commedie che sarebbero state accolte con entusiasmo dal grande pubblico? La vita le avrebbe offerto le stesse opportunità di cui ha potuto valersi William Shakespeare?
No. Al più, immagina la Woolf, per seguire le orme del fratello avrebbe potuto scrivere qualcosa, e leggere qualche suo libro, ma sempre di nascosto; sarebbe poi fuggita da casa dopo essere stata malmenata dal padre per aver rifiutato un matrimonio combinato; avrebbe forse cercato fortuna presso qualche compagnia teatrale, e dopo sventure, rifiuti, dopo essere stata esposta a qualsiasi tipo di violenza, se fortunata sarebbe rimasta incinta di qualche capocomico, di qualche brav'uomo che l'avrebbe poi sposata, destinandola al tanto odiato ruolo che era stato proprio di sua madre, della madre di sua madre e così via... e presa dalla disperazione si sarebbe probabilmente uccisa per rimanere fedele alla strada che aveva cercato di intraprendere, al suo genio selvaggio, perchè il suo unico destino doveva rimanere quello della sottomissione, dell'anonimato, della castrazione di ogni aspirazione che non fosse quella di essere una madre e una moglie.

Mi fa sempre un grande effetto rileggere questo passo:
"Quando leggo di una strega gettata nel fiume, di una donna posseduta dai diavoli, di una levatrice esperta di erbe, o perfino dell'esistenza della madre di qualche uomo notevole, penso che siamo sulle tracce di un romanziere perduto, di un poeta costretto al silenzio, di qualche muta e ingloriosa Jane Austen, di qualche Emily Bronte che si sarà fracassata il cervello fra le brughiere, oppure avrà vagato gemendo per le strade, resa pazza dalla tortura inflittale dal proprio talento. Infatti sarei capace di scommettere che Anonimo, il quale scrisse tante poesie senza firmarle, spesso era una donna. E' stata una donna, suggerisce Edward Fizgerald, credo, a comporre le ballate e i canti popolari, accordandoli al ritmo della culla, oppure per ingannare il tempo mentre filava, durante le lunghe sere d'inverno."

Anche con l'arrivo del '700,  quando qualche nobildonna istruita incominciava a lasciar traccia, nei suoi diari e nelle sue lettere, di poesie e di narrazioni degne dei migliori romanzi, certe descrizioni e certi slanci geniali erano destinati a rimanere nascosti negli in folio, o accolti con ironia e con aria condiscendente dagli uomini di corte e dai professori più in vista dell'epoca. 
Siamo ancora molto lontani dall'emancipazione della donna come artista: gli scritti sono pervasi di frustrazione, talvolta di rabbia per la condizione femminile, e questi sentimenti soffocano la purezza dell'arte di queste pioniere nello scrivere.
Nel libro è riportato, fra i vari assaggi delle troppo poco declamate scrittrici dell'epoca, un breve passo della poesia geniale, e tuttavia contaminata dalla rabbia della duchessa Margaret di Newcastle, che io trovo emblematico: "Le donne / vivono come pipistrelli o gufi, / lavoran come bestie, muoiono come vermi..."

Persino nell'800 si riscontra ancora un residuo della ricerca di anonimità, un retaggio del senso di pudore che è sempre stato imposto alla donna dalla società, da parte di molte grandi scrittrici che nascondevano la loro identità dietro pseudonimi maschili: vengono citate Currer Bell (Charlotte Bronte), George Elliott e George Sand. Ognuna di queste donne doveva fare i conti con un sentimento ostile che avrebbe accolto le loro opere, se pubblicate con un nome femminile; con professori e critici che in ogni momento avrebbero ricordato loro che erano fuori posto, che le avrebbero derise per aver preteso di arrivare dove per una donna è impossibile; e tutto questo era da confutare, da contestare... tutto questo, secondo la Woolf, influenzava in modo decisamente negativo i loro scritti, perchè limitava il loro punto di vista di artiste e impediva al loro genio di esprimersi in slanci di pura creazione.

Perchè è proprio qui che, con "Una stanza tutta per sè", Virginia Woolf vuole arrivare. "Qual'è lo stato d'animo più propizio alla creazione?" si chiede, e ci chiede a un certo punto. E dopo qualche pagina risponde: "[...] la mente dell'artista, per poter compiere lo sforzo prodigioso di liberare nella sua totalità l'opera che è in lui, dev'essere incandescente [...]. Non ci dev'essere in essa alcun ostacolo, alcuna materia non consumata."

La "stanza tutta per sè" e la rendita di 500 sterline l'anno a cui la Woolf accenna spesso e volentieri durante tutto il saggio, non si riferiscono esclusivamente all' indipendenza prettamente economica che un'aspirante scrittrice dovrebbe cercare di raggiungere. E' la condizione necessaria per poter gestire la propria vita senza dover giustificare le proprie scelte a nessuno; è strettamente legata a una mente libera dal timore di essere giudicata e contestata in quanto donna che dipende dall'uomo.

Certamente ci vorrà ben più di una generazione di romanziere, poetesse, saggiste e via dicendo perchè la donna possa scrollarsi di dosso ogni retaggio di dipendenza, ogni complesso di inferiorità provocato da millenni di tentativi, da parte delle varie società, di soffocare le sue velleità artistiche.  Perchè smetta di sentirsi osservata e criticata, perchè smetta di sentirsi in dovere di affermare la propria femminilità di fronte all'arroganza di quei professori che l'hanno sempre guardata come "un barbocino che ha imparato a ballare". Perchè smetta di scrivere per dimostrare il proprio valore al sesso opposto.

L'ultimo capitolo si apre con uno spaccato di Londra, visto dalla finestra della camera dell'autrice. Nella grigia routine di tutti i giorni, una scena significativa si presenta ai suoi (e ai nostri) occhi come una rivelazione. Ricordate quando si parlava della divinazione come della capacità di comprendere i segni che ci appaiono all'improvviso, durante la quotidianità? Sentite come si esprime Virginia:
"A questo punto, come a Londra capita spesso, sopravvenne una calma completa; il traffico cessò. Nulla scendeva per la strada; non passava nessuno. Una foglia si staccò dal platano alla fine della strada, e cadde in mezzo a quella pausa, a quella sospensione. Era come un segnale che cadeva, un segnale che indicava nelle cose una forza inavvertita. Pareva segnalare un fiume che scorreva invisibile lungo la strada, girava l'angolo e sollevava le persone in un turbine [...]. Ora portava, da un lato all'altro della strada, diagonalmente, una ragazza dagli stivaletti lucidi; e poi un giovane dal cappotto marrone; e anche un taxi; tutti e tre si incontrarono in un punto proprio sotto la mia finestra; lì il taxi si fermò; si fermarono la ragazza e il giovane; entrarono nel taxi; e poi la macchina scivolò via, come trascinata altrove dalla corrente."

Con la visione della coppia che sale sul taxi La Woolf arriva finalmente al compimento di tutte le riflessioni in cui si è immersa nei giorni precedenti. L'aver compiuto ricerche sui costumi dei tempi passati; l'aver sfogliato saggi scritti da uomini, in cui uomini dissertano sulle donne, sulle loro condizioni, sul senso della loro esistenza; l'aver ragionato sul rapporto che l'uomo ha con la donna, sul rapporto che la donna ha con l'arte, sul rapporto che poetesse, romanziere e saggiste hanno con la società; tutto questo ha fatto sì che la sua mente si sia tesa nello sforzo enorme di ricavare un messaggio per le aspiranti scrittrici che assisteranno alla sua conferenza, che berranno ogni sua parola per distillarne un nocciolo di verità pura...
La visione del taxi, dove un uomo e una donna si riuniscono e partono per chissà dove, scioglie finalmente la tensione di tutte le considerazioni fatte sinora: è un'epifania.
E l'improvvisa soddisfazione con cui la Woolf assiste alla scena, la porta a chiedersi se la mente abbia "due sessi che corrispondono ai sessi del corpo, e se anch'essi debbano unirsi per giungere alla completa soddisfazione e alla felicità".
Il taxi è come un'apparizione, in cui si condensa lo scopo di tutto il saggio.
I due sessi non possono esistere indipendentemente l'uno dall'altro. Nonostante "tutto questo opporre un sesso all'altro, una qualità all'altra; tutto questo rivendicare superiorità e attribuire inferiorità", l'esperienza ha sempre dimostrato che l'uomo ha bisogno della donna, e che la donna ha bisogno dell'uomo, perchè entrambi si completano a vicenda.
E analogamente, che un'opera d'arte profonda e duratura abbia bisogno delle prospettive di entrambe i sessi per essere concepita: solo una mente androgina può creare un'opera d'arte incontaminata, senza ragionamenti tipicamente femminili o maschili che la possano inquinare.
Per la Woolf la mente androgina è risonante e porosa; trasmette l'emozione senza ostacoli; è naturalmente creatrice, incandescente e indivisa. 
Chi scrive dev'essere solo sè stesso, deve isolare la materia su cui scrive da tutte le possibili corruzioni  di carattere sessista, che implicherebbero una visione limitata e piena di risentimento.
Ci vorrà ancora una consistente tradizione di scrittrici prima che le eredi della stessa Virginia Woolf smettano definitivamente di usare la letteratura come metodo di autoespressione femminista.
Perchè, per usare le parole dell'autrice, incomincino sì a scrivere da donna, ma dimenticando di essere donne.

E indubbiamente l'avere una stanza tutta per sè, con tutte le sue implicazioni di carattere simbolico, ma anche con l'esortazione di tipo più prosaico "Siate indipendenti, anche economicamente", è la premessa ideale perchè una donna possa scrivere con una mentalità androgina, davvero universale.


Le immagini di questo post sono state scannerizzate dal libro di mia proprietà "Una stanza tutta per sè" di Virginia Woolf, Newton Compton Editori. L'immagine di copertina è un dipinto di Edward Hopper e s'intitola "Room in Brooklyn" (1932).

6 commenti:

  1. Soffio di Vento19 gennaio 2010 09:49

    Bellissimo post!
    E' un libro che dovrò senz'altro leggere. Virginia Wolf non fu solo una grande scrittrice, ma anche una grande donna. Può insegnarci molto.

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  2. Ti ringrazio di questo tuo scritto, molto profondo e sentito.
    Se posso permettermi di consigliarti una lettura, ti segnalo
    il libro di Nadia Fusini "possideo la mia anima", proprio su Virginia.
    www.robertadallara.com

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  3. Ti ringrazio Roberta!
    Dopo aver letto il tuo messaggio sono andata a vedere la recensione del libro che mi hai consigliato: è molto interessante, me lo procurerò al più presto.
    Grazie della dritta!

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  4. grazie 1ooooo!!!!! grazie a te roberta ho potuto scoprire una nuova scrittrice che si e interessata di un problema che da tempo affligge la società: l'emancipazione delle donne.

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  5. Degno di ammirazione l'operato intellettuale di Virginia Wolf, come di altre grandi donne quali le sorelle Bronte; tale vittoria, tuttavia, nella nostra società sembra quasi essersi volatilizzata, dimenticata o addirittura criticata: oggi la donna deve essere forzatamente allo stesso livello dell'uomo, guai se non dimostra di essere competente in ogni campo, anche quelli considerati prettamente maschili. Se prima la donna lottava per emanciparsi perchè le veniva negato come diritto, ora non è considerata se non è emancipata, prima era relegata al ruolo di angelo del focolare perchè così era giusto e ora, una donna, non ha valore se è semplicemente una casalinga, prima doveva dipendere dal marito e ora se non è indipendente economicamente è subito bollata come mantenuta o fannullona.
    Dove è andata a finire quella lunga e difficle battaglia se il risultato è questo?
    Nicole

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  6. Veramente oggi la donna deve essere al livello di un uomo e al suo livello. Deve cioè essere in grado di lavorare fuori di casa e dentro casa. Le sono concessi molti ruoli. Se li assolve tutti è apprezzatissima. Ecco il risultato

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