lunedì 28 dicembre 2009

La Rabdomanzia. Parte III: Strumenti e modalità con cui è praticata in tutto il mondo


Sommario:

-Tavole di legno, babbucce e vecchie chiavi

-Il pendolo nel mondo

-Il corpo come strumento di divinazione


Anche se non in tutti i casi si può parlare di rabdomanzia (o di radioestesia), sono rimasta molto colpita nell'apprendere quante tecniche divinatorie con principi simili siano diffuse in tutto il mondo dalla notte dei tempi. 

La rabdomanzia e la radioestesia sono fondamentalmente basate su un sistema binario e su uno strumento il cui equilibrio è precario, caratteristica fondamentale perchè lo strumento in questione risponda prontamente ai movimenti più impercettibili dei muscoli del ricercatore rivelando il responso dato dalla sua consapevolezza superiore (vedi "I principi della rabdomanzia" nell'articolo La Rabdomanzia. Parte I: La Bacchetta del Rabdomante).

Dopo aver dedicato i post precedenti alla bacchetta da rabdomante e al pendolo, vediamo come in tutto il mondo sono stati ideati altri strumenti che rispondono a questi requisiti.


Tavole di legno, babbucce e vecchie chiavi

In certe zone dell'Africa troviamo uno strumento molto diverso sia dal pendolo che dalla bacchetta biforcuta: si tratta di una tavola di legno da sfregare sulla mano, o sul determinate parti del corpo. Quando la tavola si blocca, la risposta alla domanda posta all'oracolo è positiva. Se ci pensiamo, anche in questo caso la rottura di un equilibrio è sempre l'elemento rivelatore: la tavola striscia senza interruzione fino a quando un movimento involontario dell'indovino non la frena. Questo metodo è utilizzato in Sudan e nel Congo presso gli Azande, e nello Zimbabwe presso i Bemba. 

In Zaire presso gli Apagibeti le tavole da sfregare sono due, piatte e levigate e larghe come il palmo di una mano. Le tavole sono inumidite con acqua e una mistura di erbe: anche in questo caso vengono sfregate, e quando si bloccano l'indovino ottiene una risposta.


Anche in Afghanistan troviamo uno metodo molto particolare: in "Segni e presagi", il libro di cui vi parlavo nel post sul pendolo, l'autore narra un aneddoto affascinante ambientato a Kabul riportato da un testimone oculare, in cui la padrona di una ricca casa intende individuare fra i componenti della servitù l'autore del furto di un calice d'argento. 

Il rituale consiste in questo: chiamata la sorella, la padrona estrae da una borsetta di broccato un paio di pantofole che conserva da parecchio tempo per occasioni come queste. Prima di tutto, con un martello conficca un grosso chiodo in una delle due babbucce. Poi con un pezzo di carbone disegna un cerchio a terra, e lo cancella con l'altra. Quindi lei e la sorella tengono sospesa la prima pantofola in mezzo a loro, ognuna appoggiando gli indici sulle estremità del chiodo.

Uno ad uno, i servi vengono convocati davanti a loro e la padrona, rivolgendosi alla pantofola, domanda se il servo presente è il colpevole del furto con questa formula: "Oh, Nona, io reco il nome del tuo compagno e ti chiedo chi è il ladro. E' Aqbal?" La babbuccia resta immobile ogni qual volta un servo o una serva innocenti le si parano davanti. Verso la fine, quando al cospetto dell'oracolo  si presenta una delle ultime assunte, la pantofola rivela la sua colpevolezza oscillando improvvisamente verso l'alto, e descrivendo un angolo retto perfetto! 


Nel suo libro "La radiestesia, mezzo di conoscenza universale" il francese R.P.J. Jurion ricordando un episodio della sua infanzia scrive:  "Una veggente [...] ricorreva al seguente sistema: inseriva una chiave tra le pagine di un Vangelo di San Giovanni, tenuto chiuso con una cordicella, e reggeva la testa della chiave con gli indici delle due mani, posti l'uno contro l'altro; se si scarta da questo sistema quel tanto di occultistico e superstizioso, si trova un equilibrio fragile, che può rompersi con facilità." In sostanza anche quella guaritrice di campagna aveva ideato una sorta di "pendolo" efficace. 


Il pendolo nel mondo

La divinazione con il pendolo è diffusa in tutto il mondo, e lo strumento è costituito dai materiali più vari.

In Vietnam,sul delta del Tonkin, le donne usano legare un anello a uno dei loro lunghi capelli lisci, e lo tengono sospeso a una mappa per individuare persone scomparse; nel Suriname (Guyana Olandese) si usa un pezzo di tubo appeso a un filo: se il pendolo rimane immobile la risposta è positiva; nell'India settentrionale si usa uno strumento di nome shanam, costituito da una scatola sospesa a una catena: se lo shanam resta immobile la risposta è negativa; nelle Filippine si usa come pendolo una pietra, un pezzo di ferro o un tizzone ardente; gli indovini Eschimesi usano una vasta gamma di materiali da appendere a un filo: ciottoli, teschi di animali, immagini degli Spiriti Guardiani scavate nel legno, persino scarpe o cappelli delle persone che hanno bisogno di un responso; i Cherokee usano una moneta d'oro o d'argento, un pezzo di piombo, o comunque sempre qualcosa che proviene dalla Terra; ad Haiti gli indovini usano un anello appeso a un filo per stabilire l'innocenza o la colpevolezza di una persona: se l'anello oscilla avanti e indietro la persona è innocente, se descrive dei cerchi è colpevole.

In molte regioni il pendolo è utilizzato nella pratica della guarigione. 

Nella parte più settentrionale di quello che una volta era l'Impero Russo, le guaritrici diagnosticavano le malattie tenendo un crocifisso sospeso su una pagnotta coperta da un setaccio capovolto, sul cui bordo erano incisi i nomi dei mali allora più frequenti.

In Finlandia le indovine, mentre utilizzavano il pendolo, intonavano a occhi chiusi una cantilena particolare: "Se la malattia è mortale, oscilla in senso orario; se è causata da una maledizione, oscilla in senso antiorario; se viene dall'Acqua, va verso il Lago; se viene dalla Terra, va verso il Nord.".


Il corpo come strumento di divinazione

Anche il nostro corpo può essere usato come strumento per una pratica divinatoria basata sui principi della rabdomanzia.

Una tecnica diffusa sia in Himalaya che fra i beduini Siwa e Garah della Libia  per decidere se intraprendere un viaggio pericoloso è  quella di stendere le mani davanti a sè, con le dita degli indici o dei medi distanti che puntano l'uno verso l'altro. A occhi chiusi e lentamente si avvicinano le dita: se queste arrivano a toccarsi il responso sarà favorevole, se invece il contatto non avviene in modo preciso sarà meglio rimandare. Questa sequenza si ripete tre volte e il responso viene sempre rispettato.

Un altro metodo molto particolare in cui vigono gli stessi principi della rabdomanzia è la kiniesiologia, una tecnica diagnostica e terapeutica non riconosciuta dalla medicina convenzionale. Anche la kiniesiologia utilizza come strumento il corpo umano.

In "Segni e Presagi" ho trovato un esperimento interessante per sperimentare la kiniesiologia, stabilendo quale sarà la cura migliore per una persona indisposta. Per sintetizzare cercherò di spiegarlo a modo mio.

Bisogna essere in due: la persona indisposta e l'indovino. 

1) Si resta in piedi uno di fronte all'altro. L'indisposto chiude gli occhi.

2) L'indovino mette nella mano destra dell'indisposto una zolletta di zucchero e gli chiude la mano a pugno.

3) L'indisposto solleva il braccio fino ad avere il pugno davanti e sè, con il palmo della mano rivolto verso il proprio viso.

4) L'indovino spinge verso il basso il pugno fino alla posizione di partenza, facendo caso alla resistenza che l'indisposto oppone al suo gesto.

5) Si ripete la stessa sequenza rispettivamente con un'aspirina, una pasticca di vitamine, una bustina di tè e una di camomilla (o altri oggetti, a seconda dell'indisposizione)

6) Quando l'indisposto oppone una maggior resistenza alla sollecitazione dell'indovino, l'oggetto che tiene in mano in quel momento è la "medicina" ideale per guarire.

Una forma simile alla kiniesiologia, anche se non necessariamente utilizzata in ambito terapeutico, si trova presso gli Eschimesi. L'indovino avvolge l'estremità di un filo intorno alla testa di colui che pone la domanda, e lega l'altra estremità a un bastoncino. L'uomo con il filo attorno al collo si stende a terra e pone la domanda anche mentalmente. L'indovino solleva il bastoncino: se la risposta è positiva la testa dell'uomo diventa così leggera da alzarsi quasi da sola, se è negativa diventa così pesante che l'indovino non riesce a sollevarla.


Si potrebbe andare avanti per ore a citare tecniche divinatorie che hanno molto in comune con la rabdomanzia. La maggior parte di queste informazioni le ho trovate in "Segni e presagi", il libro che vi ho citato più volte in questi miei articoli. Ho preferito tralasciare molti altri esempi forniti da quel libro, perchè si basavano semplicemente su un sistema binario indipendentemente dallo strumento utilizzato, ma che alla fine con la rabdomanzia non avevano più molto a che vedere visto che il risultato dipendeva da varianti casuali, non legate ai movimenti inconsapevoli del ricercatore.

domenica 27 dicembre 2009

Letture di Natale: magia, mistero e brividi


-"Delitti di Natale" e "Altri delitti di Natale"

-"Leggende delle Alpi"

-"Le veglie alla fattoria di Dikanka"

-"Il mulino dei dodici corvi"


E' inevitabile, in questi giorni, scrivere un post dedicato al Natale.

Sicuramente anche una festività speciale come questa avrebbe meritato da parte mia uno sguardo al passato, alle sue origini precristiane e agli aspetti folkloristici che l'hanno sempre caratterizzata, ma purtroppo per mancanza di tempo e di concentrazione non sono riuscita a scrivere nulla in questi giorni. Però voglio indicarvi un contributo interessantissimo apparso in un sito su Stregoneria e Neopaganesimo altrettanto interessante e ben fatto, Luce di Strega. L'autore dell'articolo è Andrea Romanazzi, noto folklorista, e l'articolo s'intitola "La simbologia natalizia tra antichi rituali e tradizioni".

In quanto a me, invece, vorrei dedicare questo post ad alcuni fra i molti libri che hanno regalato ai miei Natali, anche quelli passati, quell'atmosfera particolare che amo tanto: da un lato calda e accogliente, dall'altro inaspettata, coinvolgente, magica e piena di mistero.

I libri che vi presenterò sono di genere completamente diverso l'uno dall'altro. Inizierò con due raccolte di racconti gialli, l'ideale per rilassarsi e provare qualche brivido senza dover affrontare letture particolarmente impegnative. Passerò poi a una raccolta di leggende da focolare, di grande interesse anche dal punto di vista antropologico. Quindi sarà la volta di un grande classico, e infine di un romanzo indimenticabile.


"Delitti di Natale" e "Altri delitti di Natale"

Partiamo dal Natale di quest'anno: ho appena finito di leggere una bella raccolta di racconti gialli (AA.VV.) esplicitamente dedicata al Natale, attinti alla tradizione anglo-americana che ha caratterizzato il giallo fra gli anni '20 e '40 : "Altri delitti di Natale". 

Quella precedente, "Delitti di Natale", l'avevo letta l'anno scorso in questo stesso periodo, ma sinceramente ho trovato migliore la seconda. Entrambe i libri sono editi da Polillo Editore e fanno parte della collana "I bassotti, Mystery Collector's Edition". Fra gli autori possiamo trovare i famosi Georges Simenon, Agatha Christie e Ellery Queen, insieme a molti altri decisamente meritevoli anche se meno conosciuti. 

A dir la verità non solo di gialli si tratta. Nella seconda raccolta sono presenti due "ghost stories" degne delle raccolte di Gianni Pilo e Sebastiano Fusco: il misteriosissimo "Un paio di scarpe infangate" è uno di questi, nonchè uno dei miei preferiti. Altri racconti che ho apprezzato molto sono: "La mattina di Natale" di Margery Allingham, simpatico giallo d'atmosfera basato sull'equivoco; "La sorella Bessie" di Cyril Hare, un giallo cinico con un finale davvero inaspettato (in grado di superare tranquillamente i colpi di scena da soap-opera di Agatha Christie...); "Il Natale di Ballerino Dan" di Damon Runyon, tenero e umoristico, ambientato nel mondo degli allibratori, dei piccoli gangsters e dei giocatori d'azzardo tipico della New York degli anni '30; "Un Natale di Maigret" di Georges Simenon, maestro come sempre nel ricavare, dalle ambientazioni più squallide e dalla grettezza dei suoi personaggi, storie di grande suspence.


"Leggende delle Alpi"

Cambiando genere, nel Natale di due anni fa mi regalai "Leggende delle Alpi" di Maria Savi-Lopez (editrice Il Punto-Piemonte in Bancarella), un libro di folklore molto particolare la cui prima pubblicazione risale alla fine dell'800. 

L'autrice presenta le leggende del mondo alpino con uno stile poetico e suggestivo che rivela il suo grande talento di scrittrice, e nonostante la presenza di alcuni interventi moraleggianti tipici del suo tempo che possono infastidire il lettore moderno, il suo modo di raccontare mi ha immerso in quel mondo di rocce impervie, di cupe valli stregate, di baite sferzate da venti gelidi, di profondi abissi, di  ponti e passaggi incantati... Senza contare ovviamente che quest'opera, oltre che una lettura coinvolgente, è di grande interesse anche dal punto di vista mitico e antropologico. Insomma, sono proprio le classiche leggende ammalianti che nonni e nonne potevano raccontare ai nipoti davanti al focolare, mentre fuori l'ululato del vento fra le rocce e gli strapiombi imperversava, simile ai lamenti delle anime inquiete o degli esseri soprannaturali che popolavano la fantasia dei montanari.

I capitoli che mi hanno affascinata di più sono stati: Fate Alpine; La Caccia Selvaggia; Demoni Alpini; Draghi e Serpenti; Fantasmi; Montanari e Letterati; Folletti; Dannati; Fuochi Fatui; Alberi e Spiriti dei Boschi; Le Regine delle Nevi e gli Spiriti dell'Acqua; Le Streghe delle Alpi; Leggende sui Castelli; Laghi Alpini. Ma ci sono anche capitoli dedicati ai fiori alpini, alle leggende sulle campane, alle leggende sul Paradiso Terrestre e alle leggende di origine storica.

E' un libro che consiglio caldamente a coloro che vogliono conoscere gli aspetti mitici e folkloristici dell'arco Alpino, immergendosi nelle radici e nel tipico sentire della cultura montanara.


"Le veglie alla fattoria di Dikanka"

Nelle mie vacanze natalizie del 2003 il libro protagonista fu "Le veglie alla fattoria di Dikanka" di 
Nikolaj Vasil'evic Gogol' (Einaudi editore). 

In questa raccolta di novelle del grande Gogol', dove i personaggi, figure del mondo rurale tipico della Piccola Russia, sono alle prese con Diavoli e Streghe, c'è un racconto ambientato nella notte di Natale: "La notte prima di Natale". Qui, come nelle altre novelle dell'immaginario apicoltore Rudyj Panko (il narratore), le storie e i rapporti fra esseri umani e soprannaturali sono raccontati con un piglio ironico e scanzonato, sia che la storia abbia un lieto fine, sia che abbia una tragica conclusione. Nonostante l'aspetto umoristico della narrazione, molti dei racconti di Gogol' (vedi anche lo straordinario "Il Vij", che nonostante faccia parte de "I racconti di Mirgorod", un'altra sua raccolta, resta senza dubbio il mio preferito) sono pervasi di atmosfere misteriose, a volte proprio paurose, dove i personaggi si trovano coinvolti in tregende di diavoli e malefiche vecchiacce, voli nella notte a cavallo di fanciulle-vampiro, incantesimi lanciati da stregoni solitari venuti da lontano... solo con il coraggio e il senso pratico tipico del cosacco, o del fabbro, o del comune bracciante (a seconda del racconto) il protagonista potrà imporsi a questo grottesco mondo soprannaturale se non vorrà esserne sopraffatto. 

Comunque, Natale o non Natale, il mio racconto preferito di "Le veglie alla fattoria di Dikanka" è "La tremenda vendetta", seguito da "La sera della vigilia di San Giovanni" (anche se di questo ho trovato una traduzione decisamente migliore in "Storie di Vampiri" a cura di G. Pilo e S. Fusco: "La sera della vigilia di Ivàn Kupàla", perchè più fedele nella trasposizione delle espressioni colorite tipiche del linguaggio popolare ucraino usato da Gogol'), e infine da "Il luogo stregato".


"Il Mulino dei dodici corvi"

Veniamo ora a un romanzo di magia e mistero: "Il Mulino dei dodici corvi" di Otfried Preussler, Tea edizioni. 

Un libro così avrebbe meritato una recensione a parte, ma non ho resistito a metterlo fra questi libri di Natale. Sarà perchè la prima volta che l'ho letto era durante le vacanze di Natale del 1989 (allora era edito dalla Longanesi), sarà perchè finalmente, dopo tanti anni in cui era rimasto fuori catalogo, nel periodo di Natale del 2007 sono venuta a conoscenza della sua riedizione da parte della Tea, sarà perchè la storia di Krabat (il protagonista) comincia "fra Capodanno e il giorno dell'Epifania" e finisce tre anni dopo, la sera del 24 dicembre... e va bene, ne parlerò brevemente lasciandovi tutta la sorpresa!

Tempo fa ho dedicato una pagina del Vecchio Focolare a una fiaba russa sul tema della metamorfosi, probabilmente diffusa anche nelle regioni del nord-est europeo, da cui l'autore del "Mulino dei dodici corvi" può aver tratto ispirazione. Ma il romanzo contiene molte tematiche, fra cui, oltre quella della magia, l'importanza della libertà e la forza dell'amicizia e dell'amore. 

La storia è ambientata nel XVIII secolo in Sorabia (l'attuale Lusazia, una regione confinante con la Germania, la Polonia e la Repubblica Ceca settentrionale), una zona ricca di tradizioni, leggende e miti magici, dove le lande desolate e nebbiose, le paludi e le foreste, cupe in estate e innevate in inverno, sono lo scenario inquietante di questo romanzo fiabesco. Krabat è un giovane vagabondo che, dopo aver fatto uno strano sogno, decide di lasciare i suoi due compagni per raggiungere il luogo che gli è stato indicato, e lungo la via trova un misterioso mulino la cui trista fama fa tremare di paura gli abitanti dei dintorni... Pare che il mugnaio e i suoi dodici garzoni si occupino di affari ben più macabri che quello di macinare il grano. Krabat, per seguire il misterioso richiamo, si trova ben presto coinvolto in una vicenda dove magia nera, sparizioni, rituali negromantici, assassinii e maledizioni diventano un circolo senza uscita, da cui potrà essere liberato soltanto grazie alla fedeltà di un amico e alla forza dell'amore di una ragazza.

La narrazione di Otfried Preussler è lineare ma seducente, la descrizione dei paesaggi è semplice ma superba: in pochi tratti essenziali riesce a portare il lettore in mezzo alle brughiere innevate o nella tenebrosa foresta di Hoyerswerda, a suggerire il profumo del vapore esalato dai mucchi di letame, o del fumo che esce dai comignoli delle cascine di Schwarzkollm, i rumori misteriosi e i sinistri silenzi all'interno del mulino...

"Il mulino dei dodici corvi" è uno dei romanzi che più mi sono rimasti nel cuore.


Ora vi lascio, sto per cominciare "Guida alle Streghe in Italia" di Andrea Romanazzi (casa editrice Venexia). 

E voi? Che cosa vi piace leggere durante le serate del periodo di Natale, magari accoccolati su un divano alla luce soffusa di una vecchia lampada, quando fuori imperversa il gelo notturno o la neve?




La prima e l'ultima immagine sono scannerizzate rispettivamente dalle copertine dei libri di mia proprietà "Delitti di Natale" e "Altri delitti di Natale". Purtroppo il nome dell'autore di questi disegni non è citato. Per le altre immagini ho scannerizzato le copertine dei rispettivi libri.

mercoledì 9 dicembre 2009

La Rabdomanzia. Parte II: il Pendolo


Sommario:
-Procurarsi un pendolo
-Preparazione all'uso del pendolo
-La pratica vera e propria (Quante cose si possono fare con il pendolo?; Il diagramma delle categorie)
 
Continuando a parlare di Rabdomanzia, affrontiamo in questo post lo strumento forse più famoso e versatile in questo campo: il pendolo.
A dir la verità, non trovavo l'ispirazione necessaria a incominciare questo post, perchè il pendolo mi ha sempre ispirato una certa avversione. Forse perchè va così tanto di moda anche fra chi si approccia in modo superficiale alla Magia e alla Divinazione, spendendo un sacco di soldi per ninnoli new-age superdecorati, senza capire che il suo funzionamento dipende non tanto dalla pietra che vi si trova attaccata, ma proprio dalla forma di questo strumento e dai principi che regolano la rabdomanzia (vedi La Rabdomanzia. I parte: La Bacchetta del Rabdomante).
Però ho dovuto decidermi perchè l'avevo promesso, e per trovare ispirazione sono andata a risfogliare il libro "Segni e presagi" di Sarvananda Bluestone (Edizioni Il Punto d'Incontro), un testo secondo me davvero geniale perchè invita a sperimentare le varie tecniche di divinazione con lo spirito giocoso del bambino che scopre e osserva, sperimenta e inventa. Stupendo! Riguardando il capitolo sulla rabdomanzia (che anni fa mi aveva trasmesso la passione per le bacchette) in questi giorni mi sono dedicata alla pratica del pendolo, perchè prima di scrivere un post su un certo argomento  preferisco sempre sperimentare di persona.

Procurarsi un pendolo 
Se il pendolo è costituito da un filo (di qualsiasi materiale) alla cui estremità inferiore è fissato un peso, per avere a disposizione un buon pendolo basta poco: nel delta del Tonkin, per esempio, le donne usavano legare un anello ad uno dei loro lunghissimi capelli... insomma, basta anche solo avere a disposizione un filo a piombo da muratore per sperimentare la rabdomanzia e la divinazione con il pendolo. Io, lavorando in una rubinetteria, ho portato a casa una piccola sfera di ottone cromato (un componente per montare i "duplex") con un "foro passante" nel centro, vi ho fatto passare attraverso uno spesso filo di cotone, e poi l'ho intrecciato in modo da formare un unico cordino: ecco il mio pendolo.
Una volta che ci siamo procurati il nostro strumento ideale, vediamo come prepararci per utilizzarlo al meglio.

Preparazione all'uso del pendolo
L'altra volta avevo accennato all'importanza del formulare una domanda chiusa, cioè una domanda che abbia per risposta un sì o un no, o comunque una sola fra due alternative possibili. Di conseguenza, è necessario stabilire un'intesa fra noi e il nostro pendolo. Stabilire cioè come si muoverà il pendolo in caso di risposta affermativa e in caso di risposta negativa.
Un ottimo modo per stabilirlo può essere questo:
1)  Sedetevi a un tavolo con la schiena dritta e i piedi ben piantati a terra
2) Arrotolate sul dito indice il filo che sorregge il pendolo.  Appoggiate il gomito sul tavolo in modo che il pendolo non risenta dei movimenti involontari del vostro braccio.
3) Chiudete gli occhi  e rilassate progressivamente ogni muscolo del vostro corpo. Io lo faccio pensando ad essi come a dei palloni pieni d'aria che si sgonfiano. Trovo che sia una visualizzazione molto efficace.
4) Ora, sempre ad occhi chiusi, fate al vostro pendolo due domande che abbiano una risposta palese: la prima deve avere una risposta positiva, la seconda negativa. Per esempio, se indossate un paio di jeans la prima domanda sarà "Ho un paio di jeans?" e la seconda sarà "Ho un paio di pantaloni di velluto a coste?". Aprite gli occhi e guardate come si comporta.
In questo modo avrete stabilito il movimento che il pendolo assumerà quando vi comunicherà un sì e un no: io interpreto un movimento in senso orario come un sì, antiorario come un no. Ma potreste anche scoprire che il vostro pendolo vi comunica con un movimento in avanti-indietro quando la risposta è sì, destra-sinistra quando la risposta è no. Quando il pendolo resta fermo o oscilla in modo differente da quello previsto la risposta potrebbe essere un "Non so".
Allenandovi con quest'esercizio dovrebbe stabilirsi una buona intesa fra voi e il vostro pendolo. Allora potrete incominciare con la pratica vera e propria.

La pratica vera e propria
Per avere buoni risultati l'importante è evitare di farsi condizionare dalle proprie aspettative. Il libro cui ho accennato prima suggerisce che lo stato d'animo ideale per lavorare con il pendolo è quello del bambino in una mattina di Natale, che vede intorno a sè un sacco di pacchetti chiusi e semplicemente si chiede "Chissà che cosa ci sarà dentro?". E poi, prima di cominciare qualsiasi ricerca, ricordate quanto vi può essere utile fare l'esercizio della "Fontana" che avevo descritto in La Bacchetta del Rabdomante .

Io all'inizio avevo qualche difficoltà: non riuscivo a non influenzare il pendolo con le mie aspettative. Ho adottato questo sistema, e per me funziona a meraviglia:
1) Pongo la mia domanda guardando il pendolo, rivolgendomi direttamente a lui
2) Chiudo gli occhi, rilasso completamente i muscoli e penso ancora intensamente alla domanda
3) Sempre a occhi chiusi faccio l' "esercizio della Fontana" per far sì che la mia razionalità si metta da parte lasciando il campo alla mia consapevolezza superiore
4) Dopo un po' riapro gli occhi: il pendolo si sta muovendo, e in tal modo mi fornisce la risposta
Quante cose si possono fare con il pendolo?
Basta un po' di inventiva. Potete limitarvi a utilizzarlo per rispondere semplicemente a domande chiuse di qualsiasi tipo. Oppure potete utilizzarlo come una bacchetta da rabdomante per cercare erbe, funghi, tane di animali, posti dove la gente ha vissuto in passato (vedi sempre La Rabdomanzia. I parte), solo che invece di andare direttamente sul posto della ricerca con il pendolo è possibile lavorare su una cartina geografica o su una mappa locale. Provate in questo modo, e poi andate sul posto a verificare la percentuale dei vostri successi. Non scoraggiatevi, agite con l'ottica dello sperimentatore.
 Il diagramma delle categorie
In "Segni e Presagi" ho trovato un altro modo interessante per divinare con il pendolo: creare una sorta di mappa che illustra un certo ambito della nostra vita. Questa mappa è un diagramma a forma di semicerchio diviso in tanti spicchi, larghi abbastanza da permettere al pendolo di soffermarsi chiaramente su ognuno di essi. In ognuno di questi spicchi scriverete una risposta diversa. In questo modo si potrà porre al pendolo anche una domanda aperta.
Potete creare diagrammi che rispecchino gli aspetti più comuni della vita quotidiana, come amore, lavoro, salute, ecc., ma potete anche cercare di essere più fantasiosi, facendo dei diagrammi che vi aiuteranno a valutare i vostri rapporti con gli altri, o a risolvere problemi anche più prosaici.
Nel libro è riportato l'esempio di Anne Williams, una rabdomante che ha creato un diagramma contenente le varie parti meccaniche di un'automobile. Quando c'è  qualche guasto, in questo modo sarebbe possibile individuare cosa non va nella nostra macchina... Interessante! Inutile dire che è sempre fondamentale, in seguito, verificare di persona (o farlo fare da un meccanico) se le nostre previsioni erano corrette.
Per utilizzare il diagramma è sufficiente appoggiarlo su un tavolo o su una superficie piatta, e tenere il pendolo in modo che il peso sia sospeso sul punto in cui convergono le linee che delimitano gli spicchi. Dopo aver posto la domanda al pendolo, questi dovrebbe oscillare sullo spicchio che indica la risposta.
Io ne ho creato uno per il meteo. Era da sabato sera che le previsioni su internet per Fontaneto d'Agogna davano neve il giorno dopo, ma il mio pendolo dava solo coperto... è da sabato che aspettiamo la neve invano: devo dire che in questo caso la rabdomanzia ha dato dei buoni risultati!

Tutte queste pratiche con il pendolo possono essere considerate con scetticismo finchè non si prende in considerazione che lo scopo della rabdomanzia è, attraverso  qualsiasi strumento che sia in grado di reagire ai movimenti involontari del nostro corpo, quello di cercare nella nostra consapevolezza superiore, che meglio del nostro intelletto intuisce quali sono le risposte a quesiti di vario genere, anche al di là delle nostre conoscenze razionali. Per questo da molti radiestesisti la rabdomanzia, pur non essendo una scienza esatta, viene considerata un metodo di conoscenza universale, adatto ad investigare nel campo della mineralogia e dell'idrologia come nel campo dell'agricoltura e degli affari.

In questi due post sulla rabdomanzia sono stati presi in considerazione la bacchetta e il pendolo, i due strumenti più comunemente associati a questa pratica. Ma in tutti i tempi e in tutto il mondo la rabdomanzia è sempre stata una tecnica di divinazione molto diffusa, considerata molto efficace, e gli strumenti con cui è stata attuata sono estremamente vari e incredibilmente fantasiosi. Nel prossimo ed ultimo post ad essa dedicato passerò in rassegna alcune di queste tecniche affascinanti.

La prima immagine di questo post è stata tratta dal libro di mia proprietà "La radiestesia" di R.P.J. Jurion, edizioni Hoepli. La seconda e l'ultima immagine sono foto scattate da me del mio pendolo rudimentale (ma perfettamente funzionante, e anche molto natalizio!). La terza e la quarta immagine, quelle dei diagrammi, le ho "disegnate" con Gimp. 

sabato 5 dicembre 2009

Visualizzare la nebbia come portale per altri mondi


Avrei voluto scrivere questa visualizzazione a novembre, che nella mia zona rappresenta il mese della nebbia per eccellenza, ma purtroppo non ce l'ho proprio fatta.

In ogni caso, eccoci ai primi di dicembre di quest'anno. Sono giornate umide, piovose, e spesso non ancora freddissime.

L'altro sabato mattina però, mentre portavamo giù i nostri cani, uscendo dalla porta di casa ci siamo trovati immersi in una densa bruma misteriosa che confondeva e mutava tutto il paesaggio circostante. Le case nei paraggi erano del tutto scomparse. Si distingueva a malapena la ringhiera. La densità dell'aria si poteva tastare distintamente. E non faceva così freddo, anzi, per essere alla fine di novembre la temperatura si poteva quasi definire gradevole.  Regnava uno strano silenzio. La nebbia mi stava invitando in una sorta di intimo abbraccio.

Mi venne in mente la scena di "Amarcord" di Fellini, quando il nonno varca il cancello e si trova immerso in un'atmosfera fatata. Comincia a camminare borbottando e dopo pochi passi perde l'orientamento, per poi ritrovarsi ancora a due passi da casa sua. Sì, perchè quando ti trovi in mezzo alla nebbia più fitta, in un'ora in cui non c'è in giro anima viva, potresti essere dovunque: in città come in aperta campagna, in riva al mare o sul ciglio di un burrone. A malapena riesci a distinguere i suoni lontani, perchè anch'essi vengono attutiti.

Nonostante la nebbia generi quasi sempre un senso di insicurezza, io la trovo estremamente seducente, e ho voluto incorporarla nelle mie pratiche di visualizzazione. Il suo scopo è principalmente quello di fungere da portale per penetrare in nuovi mondi: spesso si ricorre a immagini evocative tipo una porta misteriosa, un tronco d'albero cavo, una scala  a chiocciola discendente o ascendente, a seconda delle circostanze... la nebbia, con la sua mutevole densità, ha la capacità di celare e di mostrare all'improvviso nuovi luoghi, reali o immaginari.

Ora vi descriverò la visualizzazione che uso in vari tipi di meditazioni ed esercizi per raggiungere gradualmente il mio luogo incantato: una spelonca in cima a una montagna con al centro un focolare fatto di pietre. Quando lo raggiungo, che sia notte o che sia giorno, accendo il fuoco, o se lo trovo già acceso... ma questa è un'altra storia, qui vi descriverò solo il tragitto che compio  immersa nella nebbia. 

Siccome il percorso che faccio per raggiungere il mio luogo segreto è molto accidentato, di solito mi faccio accompagnare da un animale (la scelta dell'animale dipende dal mio stato d'animo o da esigenze rituali particolari). In questa visualizzazione è molto importante la presenza di questo elemento: l'animale in realtà non è solo un di più. Egli rappresenta essenzialmente una parte di noi, ovviamente la parte più intuitiva, più vicina all'essenza primordiale dell'Universo. Il farci guidare da un cane, da un lupo, da una lepre o da ciò che preferiamo ci metterà nelle condizioni migliori per seguire il nostro Sé nei suoi viaggi, lasciando da parte il nostro intelletto (la parte più critica e razionale). In questa visualizzazione partirò da casa mia da sola, per poi incontrare un asinello durante il cammino. La casa da cui parto non è quella attuale: è il grigio condominio dove abitavo da bambina. Ciò renderà meglio l'idea di come, grazie alla visualizzazione della nebbia, si possa facilmente passare da un posto all'altro, anche se diversissimi tra loro.


In viaggio verso il luogo fatato

Esco di casa, un condominio uguale a tanti altri nella periferia di una cittadina di provincia uguale a tante altre. Lascio che il portone si chiuda sbattendo alle mie spalle. Mi trovo improvvisamente immersa in una nebbia densa e inquietante, che s'insinua all'interno dei portici e confonde le prospettive. E' primo mattino: in giro non c'è anima viva. Inizio a incamminarmi sotto il portico, per poi dirigermi verso un marciapiede scoperto; e via così verso un incrocio, dove nella nebbia riesco appena a distinguere il lampeggiare intermittente di uno dei pochi semafori rimasti. Mentre cammino la nebbia s'infittisce ancor di più. Posso rendermi conto di dove sono solo perchè sento l'intenso e gradevolissimo profumo del pane provenire da un forno nelle vicinanze. Sto passando davanti al portone semiaperto di una di quelle case vecchie di cortile, da cui in lontananza si sente, attutito, il canto solitario di un gallo. 

Mentre continuo ad addentrarmi in quella cortina impenetrabile di vapore, fiancheggio una ringhiera di ferro battuto, i cui eleganti ornamenti cesellati mi sorprendono un poco. Da quando nella via Xxxx ci sono cancellate così belle? Arrivo a quello che sembra essere il cancello principale e lo trovo aperto: capisco di essermi persa, ma l'entrata è così invitante che, senza esitazione, decido di scoprire che cosa c'è dall'altra parte. La nebbia si dirada un pochino, ma io continuo a procedere con cautela su un bel selciato. Dopo qualche decina di metri il viale inizia a mostrarsi nel suo aspetto trascurato; posso distinguere solo poche spanne davanti a me, ma i miei passi incespicano su un viottolo disconnesso e rovinato dalle intemperie. I ciottoli si fanno sempre più rari, e lasciano gradualmente il posto a una strada sterrata in salita. In tutto questo vacuo biancore riesco appena a intravedere i cespugli di more che fiancheggiano il sentiero, invadendolo prepotentemente. Il profumo di terra umida, di funghi, di foglie marce e di sottobosco autunnale è inebriante, e mi rendo conto di essermi inoltrata in aperta campagna. Piccoli tratti di boschetti si alternano ai campi aperti, ma la bruma si fa sempre più fitta. 

Con un brivido sottile mi metto a fantasticare sulla sensazione che si prova a starsene in un grande prato, circondati da questo mare di nebbia: niente sentieri, niente alberi, nessun riferimento... Ed ecco che proprio in quel momento sento un respiro umido e caldo sopra la mia spalla. Mi volto. Con piacevole sorpresa mi trovo ad ammirare da vicino il bel testone di un giovane somaro, in vena di scorribande per la campagna. Curioso mi annusa, sporgendo i labbroni grigi e vellutati, e incomincia ad affiancarmi in questo misterioso cammino. 

La salita si fa sempre più irta. Quel poco di paesaggio che posso distinguere intorno a noi è sempre più selvatico e incontaminato... i profumi della terra arrivano a deliziare le mie narici sempre più sensibili... il non sapere dove sto andando non mi preoccupa più di tanto: il mio compagno sembra perfettamente consapevole del tragitto da percorrere. Il fatto che quando rallento per la stanchezza lui si fermi ad aspettarmi con aria amichevole mi dice di seguirlo senza farmi troppe domande. Nella fitta nebbia spiccano i suoi occhi grandi, pazienti, saggi come quelli di un vecchio eremita e nel contempo vivaci e fiduciosi come quelli di un cucciolo. Sono occhi antichi come l'Universo. Mi parlano, e io riesco a comprendere ogni cosa. Mi sento al sicuro con l'asinello. Osservo le gocce di condensa sul suo ispido mantello, e provo un grande senso di aspettativa. 

Intanto si è fatto buio. La Luna è alta nel cielo, e si riflette nel luminoso mare di nebbia bianco latte, che ci avvolge come un abbraccio misterioso. A volte riesco appena a intravederla fra i rami spogli degli alberi che circondano il tracciato. Stiamo salendo su una montagna. Quando il terreno si fa più aspro e scosceso, l'asinello mi fa salire in groppa. Quando il sentiero è più agibile, gli dico di farmi scendere perchè voglio camminare al suo fianco. 

Intorno a noi sempre la nebbia, ambigua, che a tratti si dirada e a tratti torna densa, quasi fossimo immersi in un mare di nuvole. Rocce, arbusti e alberi si intravedono a tratti... Improvvisamente, in alto e in lontananza (ma molto più vicino di quanto mi aspettassi), riesco a scorgere una lieve bagliore. All'inizio ho l'impressione di confondermi, ma mentre continuiamo a inerpicarci la luce s'ingrandisce, penetra il muro di nebbia sempre più distintamente. Mi chiedo se per caso stiamo raggiungendo qualche paesino di montagna, ma la fonte di quel bagliore è l'unica visibile. Ormai siamo abbastanza vicini per capire che si tratta dello sfavillare di un falò. So che la nostra meta è proprio quella. Mancano pochi passi, ed ecco che arriviamo a un pianoro su cui si affaccia una spelonca scavata nella roccia. Quando entriamo veniamo avvolti dalla luce calda del fuoco, dallo sfavillare delle sue fiamme e dalla fragranza della legna che arde. Sfiniti, ci lasciamo alle spalle quella misteriosa nebbia incantata, che forse, con la sua costante presenza, ci ha trasportati fino al nostro luogo fatato.


La prima immagine di questo post è una foto scattata da Roccol'ho scaricata da Picasa, e s'intitola "La nebbia nasconde la città di Cassino allo sguardo di chi la cerca". La seconda immagine è una foto scattata da Imerio, e s'intitola"La Val d'Ossola ripresa dal Lusentino in una giornata di nebbia". Anch'essa è su Picasa. La terza immagine è una foto scaricata dall'album di Talba e s'intitola "Sunset by the small river". La quarta immagine è una foto scattata da Goaluca, s'intitola "La riposa", ed anch'essa, come la prima, è disponibile su Picasa. L'ultima foto l'ho scattata io, in una nebbiosa notte di Luna Piena.

giovedì 26 novembre 2009

La Rabdomanzia. Parte I: La Bacchetta del Rabdomante


Sommario:

-I principi della rabdomanzia

-Esperimenti con la bacchetta (Costruire e reggere una bacchetta a Y; La ricerca) 

-Una semplice tecnica per liberare la mente prima di cominciare


La rabdomanzia (o radiestesia, per usare un termine più moderno) è una pratica che mi ha sempre affascinato, e già da un po' di tempo avevo voglia di parlarne nel Vecchio Focolare. Il fatto è che scrivere di rabdomanzia in maniera ampia e completa, in un blog sarebbe troppo complesso: in commercio ci sono molti libri validi su quest'argomento. In questo post e in quelli che seguiranno cercherò semplicemente di mettere in luce gli aspetti principali di questa tecnica, e senza la pretesa di fare un discorso pseudoscientifico, di invitare chi è curioso e intraprendente a sperimentarne le dinamiche. 

In genere la parola "rabdomanzia" evoca l'immagine del cercatore di acqua, metalli, oggetti nascosti e tesori per mezzo di una particolare verga a forma di Y. In realtà, però, questa tecnica è sempre stata praticata da moltissime popolazioni con gli strumenti più disparati, e con finalità divinatorie: determinare il volere degli Dei, predire il futuro, persino stabilire la colpevolezza dei condannati nei processi o determinare le cause di malattie sconosciute.

La rabdomanzia fu considerata per lunghissimo tempo come opera diabolica, ma alla fine del XYII secolo L. de Vallemont incominciò ad occuparsi dei primi studi moderni su questa pratica con la sua opera "La physique occulte ou Traité de la baguette divinatoire" (1693). Oggi, per indicare tutti i fenomeni compresi nel termine "rabdomanzia", si usa preferibilmente il nome "radiestesia" (sensibilità a radiazioni), nato probabilmente dai primi tentativi di spiegare scientificamente questo fenomeno con la tesi che dagli oggetti nascosti (acqua e metalli) partissero speciali radiazioni che i rabdomanti riuscivano a captare. Secondo il testo "La radiestesia" di R.P.J. Jurion, che ho trovato molto interessante, questa tesi è ormai superata. Jurion sostiene che la radiestesia sia in realtà un mezzo di conoscenza universale basato sull'intuito del praticante, una teoria simile a quella che espongo più avanti in questo post. Attualmente molti respingono come scientificamente infondate le tesi dei radioestesisti, altri ammettono che entro certi limiti la radioestesia abbia un fondamento. Io parlerò di rabdomanzia con un approccio empirico, ma soprattutto sciamanico.

Vediamo come funziona, a grandi linee, questa affascinante pratica divinatoria.


I principi della rabdomanzia

Come molte forme di divinazione, anche lo scopo principale della rabdomanzia è quello di comunicare con la propria consapevolezza superiore e con l'inconscio collettivo. In questo caso la risposta perviene attraverso i movimenti più impercettibili del corpo (che in una visione olistica è un tutt'uno con l'anima), movimenti che vengono poi trasmessi a uno strumento.

Gli strumenti della rabdomanzia più conosciuti sono il pendolo e la classica bacchetta a Y. Nelle tradizioni di tutto il mondo, però, possiamo trovare anche rabdomanti che utilizzano gusci di tartaruga (in Nigeria), fili avvolti su bastoncini (presso i Kasha, Nord America), aghi galleggianti (presso i Cherokee), tavolette di legno (in Sudan), chiavi infilate nelle bibbie (nelle campagne italiane) e lo stesso corpo umano (in Himalaya).

Che cos'hanno in comune tutti questi strumenti? Analizziamo brevemente i più conosciuti: il pendolo e la bacchetta.

Il pendolo è costituito da un filo (di qualsiasi materiale) alla cui estremità inferiore è fissato un peso (vedi La Rabdomanzia. Parte II: il Pendolo).

La  bacchetta a Y  è costituita da un ramo biforcuto o da due verghe di legno piuttosto flessibile (come quello di nocciolo), di cui due estremità vengono legate fra di loro, mentre le altre due vengono sorrette (non impugnate) nelle mani del rabdomante, in modo che la Y resti puntata in avanti in un equilibrio precario.

E' proprio questo il denominatore comune agli strumenti dei rabdomanti: l'equilibrio precario. Il rompersi improvviso di questo equilibrio costituirà la risposta. Il rabdomante pone il quesito: quando il pendolo incomincerà a oscillare o la bacchetta sembrerà essere strattonata improvvisamente verso il basso, in quel momento si avrà la risposta.

Se la divinazione viene praticata in modo corretto, la rottura dell'equilibrio è provocata da un movimento impercettibile del rabdomante, impercettibile a lui stesso. La sua mente, durante l'atto, dev'essere completamente libera, così che la sua consapevolezza interiore possa percepire la risposta dall'Universo e comunicarla al corpo. Il corpo, attraverso lievissimi movimenti dei muscoli, comunica il movimento al pendolo (o alla bacchetta, alla tavoletta di legno, al guscio di tartaruga, ecc...), e l'equilibrio precario si rompe.

Nella rabdomanzia, la risposta in genere è basata su un sistema binario: è un sì o un no, o comunque una sola fra due possibili scelte. Il quesito che si dovrà porre durante l'atto di divinazione dovrà dunque essere una "domanda chiusa". Se il problema è più complesso, si dovrà scomporlo in più elementi, in modo da andare ad esclusione ed arrivare ancora una volta a poter porre una domanda chiusa (quando parlerò del pendolo spiegherò più dettagliatamente questo concetto).

I principi della rabdomanzia si basano quindi sulla capacità del nostro corpo di percepire la risposta corretta a una domanda, e sulla fragilità dell'equilibrio dello strumento che si utilizza.

In questo primo post sulla rabdomanzia prenderò in considerazione uno dei due metodi più conosciuti, la bacchetta, e descriverò una semplice tecnica per liberare la mente in modo da influenzare il meno possibile i risultati con la volontà cosciente, con i propri desideri e le proprie aspettative.


Esperimenti con la bacchetta

Anni fa, un po' per gioco un po' sul serio, io e degli amici ci eravamo divertiti a costruire delle bacchette da rabdomanti con rami di nocciolo, dopo che il giardiniere del Parco Marazza di Borgomanero aveva appena finito con la potatura. Ci eravamo prefissati di trovare delle sorgenti sotterranee, e le nostre bacchette si abbassavano sempre nelle vicinanze della fontanella (ma guarda che caso!). Ovviamente quella non era vera rabdomanzia, perchè mentre lo facevamo ci prendevamo in giro a vicenda, e, per quanto mi riguarda, sicuramente non avevo preparato la mente in modo adeguato a liberarla da ogni pensiero, condizionamento o desiderio che fosse di trovare l'acqua. Però in quell'occasione capii come dovevano essere tenute le bacchette, e alla fin fine vi posso confessare che qualcuno dei tentativi di quel giorno fu fatto con serietà: quando tutti gli altri persero l'interesse per quella mattana, io incominciai a gironzolare per conto mio, silenziosa e un po' più concentrata con le mie belle bacchette di nocciolo, cercando di influire il meno possibile sul loro movimento, e trovai diversi punti dove queste si piegavano improvvisamente verso il basso. Non verificai mai se in quelle zone si trovasse effettivamente dell'acqua sotterranea, ma questa fu un'altra utile lezione: quando ci si allena in una pratica come la rabdomanzia, è sempre bene avere la possibilità di verificare se la risposta che si è trovata corrisponde al vero.

In seguito provai ancora, per conto mio, ad applicarmi più seriamente. Una volta la rabdomanzia mi è stata utile per ritrovare un paio di occhiali da sole che avevo perso durante una passeggiata coi cani, in un campo erboso vastissimo vicino al fiume Sesia. L'erba era molto alta, e cercarli a occhio nudo sarebbe stata una vera impresa. Ma ero certa di averli persi lì, in mezzo a tutto quel verde. Mi dovetti munire di molta pazienza, perchè lavorando con le bacchette bisogna dividere mentalmente il campo in vare sezioni, e passarle in rassegna tutte quante.  Ma ritrovai gli occhiali molto prima di quanto mi aspettassi: all'improvviso la bacchetta puntò verso terra, e fui davvero entusiasta quando mi ritrovai davanti i miei begli occhiali da 5 euro!

Gli esperimenti che vi propongo fra poco li ho provati in diverse occasioni durante le passeggiate che faccio coi miei cani, e anche se non sempre mi sono riusciti devo dire che la percentuale di successo è stata considerevole... e poi mi ci sono divertita!

Costruire e reggere una bacchetta a Y

Gli usi della bacchetta sono forse più limitati di quelli del pendolo, perchè come strumento è meno adatta a cercare risposte di tipo metafisico, o a fare indagini su una cartina topografica. Però è uno strumento divertente, perchè con essa possiamo tranquillamente agire all'aperto, e allenarci a cercare acqua, metalli, oggetti smarriti e sentieri.

Cercate due rami di nocciolo abbastanza sottili, lunghi all'incirca 3 spanne. Usando uno spago legatene insieme due estremità, molto saldamente. Tenete in ciascuna mano le altre due estremità dei rami, e allargateli in modo da formare una Y (come nel disegno di destra). Ora tenete le mani con i palmi verso l'alto, e sorreggete le due estremità, piegando le dita perchè non vi sfuggano di mano, ma in modo tale da lasciar libera la vostra bacchetta di oscillare in seguito a qualsiasi sollecitazione. La Y deve puntare davanti a voi.

La ricerca

Ora potrete sbizzarrirvi a cercare delle cose intorno a voi. Per esempio, durante una passeggiata potreste mettervi in cerca di un fiore o di un' erba particolare che non balza subito all'occhio, o di una zona dove questa cresce di preferenza. Nel periodo di settembre-ottobre potreste provare a sperimentare la rabdomanzia nel campo della ricerca dei funghi. Potreste cercare anche un sentiero o una strada sterrata che conduce a una certa frazione che si trova nei dintorni. I risultati di questi due tipi di indagini sono facilmente verificabili. Un po' meno la ricerca dei percorsi abituali di certi animali selvatici, anche se sarebbe interessante localizzare le tane e i nidi dellle specie che vivono nella vostra zona.  

Concentratevi mentalmente sulla questione. Visualizzate l'erba o il fungo da trovare, l'animale di cui vi interessa seguire le tracce (ovviamente dev'essere una specie che vive nella vostra zona), o il segnale stradale con la scritta del paese o della frazione che volete raggiungere.  

Prima di incominciare la ricerca vera e propria, è importante che stabiliate consciamente una convenzione: per esempio, che appena raggiungerete la direzione giusta per la vostra ricerca la bacchetta incomincerà a oscillare, e che quando arriverete a trovare l'"oggetto" prefissato la  bacchetta punterà decisamente verso il basso. Questo non interferirà con la veridicità della ricerca: si tratta semplicemente di stabilire un codice d'intesa con il proprio corpo. E' un po' come dirgli: "Quando troverai la strada giusta, dammi questo segnale, e io capirò".

Ora potete incominciare a camminare verso le varie direzioni, con la punta della vostra bacchetta in avanti. Osservate il suo comportamento.  Questo è il momento di agire con la mente libera dai condizionamenti e dalle aspettative. Fatevi da parte, e lasciate fare al vostro corpo. Ci vorrà un po' di pazienza. 

Osservate semplicemente la bacchetta, seguite le sue oscillazioni man mano che diventano più decise. Appena raggiungerete l'erba, la frazione o l'albero su cui si trova il nido dell'uccello (per esempio) che vi eravate prefissati di trovare, la bacchetta potrebbe anche strattonare improvvisamente all'ingiù. Tutto dipende dalla vostra sensibilità, dall'allenamento, e dalla capacità che dimostrete di non farvi condizionare dalla volontà cosciente. 

Un esercizio più semplice potrebbe essere quello di individuare i quattro punti cardinali. Stabilite di individuarne uno solo, per esempio il Sud. Girate su voi stessi con la vostra bacchetta fra le mani. Dovrete girare molto molto lentamente. Se non vi riesce al primo tentativo provate di nuovo. Quando vi troverete rivolti a Sud, la bacchetta dovrebbe abbassarsi. Questo esercizio mi è riuscito abbastanza spesso. Ovviamente vi conviene portare con voi una bussola per verificare la correttezza del risultato.


Una semplice tecnica per liberare la mente prima di cominciare: "La Fontana"

Mi sono ispirata a una tecnica proposta nel libro "Segni e presagi" di Sarvananda Bluestone, proprio nel capitolo che parla di pendoli e rabdomanzia. L'ho semplificato di molto, perchè quando si è in giro per boschi è molto più semplice liberare la mente e mettersi in sintonia con l'ambiente vivo che ci circonda, anche senza esercizi elaborati, e perchè penso che dal punto di vista psichico la pratica con le bacchette sia un po' meno difficoltosa di quella con il pendolo.

1)In piedi ed eretti, con le gambe leggermente divaricate e i piedi ben piantati al suolo, chiudete gli occhi.

2)Fate dieci respiri profondi, inspirando dal naso ed espirando dalla bocca.

3)Concentratevi sulla sommità della vostra testa. Cercate di far scorrere tutte le vostre energie verso quel punto, e lasciatele uscire verso l'alto come una fontana. Pensieri di qualsiasi tipo, desideri, immagini: buttate fuori tutto dalla vostra testa.

4)Rimanete per un paio di minuti concentrati sull'immagine della fontana. Ora siete pronti per cominciare a sperimentare con la vostra bacchetta.

Questo breve esercizio, per quanto semplice, non è da trascurare, perchè sia con la bacchetta, e ancora di più con il pendolo, vi accorgerete di quanto è facile influenzare i risultati secondo le nostre aspettative. Invece, mai come nella rabdomanzia, il nostro intelletto deve farsi da parte e accontentarsi del ruolo di osservatore. Ancora una volta, è il nostro Sè che deve comunicare con il resto dell'Universo, cogliere i suoi segnali e trasmetterli al corpo, che a sua volta trasmetterà i suoi movimenti impercettibili allo strumento che abbiamo costruito perchè questi possa parlarci in modo chiaro e inequivocabile. 

Nei prossimi post parlerò del pendolo (vedi La Rabdomanzia. Parte II: il Pendolo), che è un metodo un po' più complesso ma anche più versatile, e nella terza puntata dedicata alla rabdomanzia passerò in rassegna la sorprendente varietà di forme che può assumere questa pratica antichissima, e la fantasia con cui è stata applicata presso tutti i popoli della terra.


La prima e l'ultima immagine di questo post sono state scannerizzate dal libro di mia proprietà "La radiestesia" di R.P.J. Jurion, edito da Hoepli. La prima è una stampa raffigurante un rabdomante nel XVII secolo e s'intitola "La recherche des eaux souterraines" (autore F. Vercelli), l'ultima è un'incisione in legno raffigurante una ricerca di sorgenti presso Vitruvio (dall'edizione "De Architectura", Argentorati, 1543).  Le due immagini centrali sono state disegnate dal mio ragazzo Jimmi per illustrare in modo dettagliato com'è fatta una rudimentale  bacchetta da rabdomante, e il modo corretto di impugnarla. Grazie Jimmi, sei un vero artista!!!

giovedì 19 novembre 2009

"Una stanza tutta per sè" di Virginia Woolf



Avevo sentito parlare molto di questo libro. L'avevo comprato qualche estate fa in una fiera a Lido Adriano, ma, avendo altre letture in ballo, lo lasciai da parte per un bel po' di tempo, dimenticandomene poi del tutto... Solo di recente, dopo aver letto qualche interessante recensione, l'ho ripreso in mano. Me lo sono gustato in un paio di giorni, e mi ha toccato così nel profondo che adesso voglio parlarvene.

Per chi non l'avesse ancora letto, "Una stanza tutta per sè" (intitolato originariamente "Le donne e il romanzo") è un racconto-saggio che Virginia Woolf scrisse riunendo gli appunti e i pensieri che aveva aveva annotato durante la preparazione di due conferenze, da lei tenute per le studentesse del Newnham e del Girton College di Cambridge.
E'scritto in modo molto colloquiale, e in esso si alterna, soggettiva e piena di atmosfera, la narrazione dei pochi giorni in cui la scrittrice preparava le conferenze, con il flusso continuo di riflessioni sul rapporto fra le donne e l'arte dello scrivere.

Perchè partendo da questo argomento Virginia Woolf è arrivata a intitolare il suo saggio "Una stanza tutta per sè"?
La "stanza tutta per sè" è il luogo speciale dove uno scrittore può isolarsi dalla quotidianità, dalle voci esterne, dove può dimenticare la realtà più prosaica per entrare in una dimensione adatta alla creazione. Il libro si incentra sulle condizioni restrittive che la donna ha dovuto subire nei secoli prima di potersi permettere una stanza tutta per sè, che in quest'opera simboleggia sia il grembo in cui avviene il concepimento dell'opera d'arte, sia l'emancipazione in termini di denaro, di proprietà, o perlomeno di opportunità.

La domanda principale che si pone l'autrice è: quante donne, nel corso dei secoli, hanno potuto avere una stanza tutta per sè? Quante donne hanno avuto le stesse possibilità che venivano offerte agli uomini di sviluppare il proprio talento?

La donna nella società occidentale, prima del XX secolo, è sempre stata materialmente povera e umanamente sminuita. Relegata esclusivamente al ruolo di prolificatrice (più che di madre) e di serva nelle famiglie più povere, di soprammobile nelle classi più abbienti, e di proprietà dei mariti in generale, se mai prima di sposarsi possedeva qualche ricchezza, questa le veniva automaticamente tolta con il matrimonio, per passare nelle tasche del consorte.
 La Woolf fa riferimento alla condizione femminile in particolare a partire dal XVII secolo, periodo in cui l'Inghilterra partorì la genalità di William Shakespeare, e fa notare come il ruolo secondario (per la mentalità del tempo) e la povertà materiale della donna fossero estremamente legati fra di loro.
Se la donna, cui gli unici meriti riconosciuti sono sempre stati solo nell'ambito della conduzione familiare, non ha mai contribuito al sostentamento economico della famiglia o all'evoluzione politica e storica del mondo, come poteva, secondo il pensiero corrente, esprimere in un'opera qualcosa che avesse una minima rilevanza? Che motivo c'era d'incoraggiarla a scrivere? A chi poteva importare di leggere il prodotto banale che scaturiva dai pensieri di un essere tanto insignificante? A chi poteva interessare anche solo preoccuparsi di procurare un'istruzione alla propria figlia?

Se pure qualche donna in passato avesse trovato il coraggio di affrontare i pregiudizi del proprio tempo, di esprimere pensieri e sentimenti tramite qualche forma d'arte, sarebbe stata sminuita e osteggiata dalla società... persino dalle altre donne.

L'autrice ci porta a immaginare la storia di un'ipotetica Shakespeare, con un talento pari a quello del fratello: cos'avrebbe potuto fare per esprimere il suo spirito in una società come quella in cui era nata? Avrebbe potuto frequentare la scuola secondaria come il fratello? Avrebbe potuto, come fece lui, partire per Londra, diventare una commediografa di successo e trovarsi al centro della società contemporanea?  Avrebbe forse potuto dissetare il suo spirito geniale facendo esperienza sui palcoscenici, e scrivendo commedie che sarebbero state accolte con entusiasmo dal grande pubblico? La vita le avrebbe offerto le stesse opportunità di cui ha potuto valersi William Shakespeare?
No. Al più, immagina la Woolf, per seguire le orme del fratello avrebbe potuto scrivere qualcosa, e leggere qualche suo libro, ma sempre di nascosto; sarebbe poi fuggita da casa dopo essere stata malmenata dal padre per aver rifiutato un matrimonio combinato; avrebbe forse cercato fortuna presso qualche compagnia teatrale, e dopo sventure, rifiuti, dopo essere stata esposta a qualsiasi tipo di violenza, se fortunata sarebbe rimasta incinta di qualche capocomico, di qualche brav'uomo che l'avrebbe poi sposata, destinandola al tanto odiato ruolo che era stato proprio di sua madre, della madre di sua madre e così via... e presa dalla disperazione si sarebbe probabilmente uccisa per rimanere fedele alla strada che aveva cercato di intraprendere, al suo genio selvaggio, perchè il suo unico destino doveva rimanere quello della sottomissione, dell'anonimato, della castrazione di ogni aspirazione che non fosse quella di essere una madre e una moglie.

Mi fa sempre un grande effetto rileggere questo passo:
"Quando leggo di una strega gettata nel fiume, di una donna posseduta dai diavoli, di una levatrice esperta di erbe, o perfino dell'esistenza della madre di qualche uomo notevole, penso che siamo sulle tracce di un romanziere perduto, di un poeta costretto al silenzio, di qualche muta e ingloriosa Jane Austen, di qualche Emily Bronte che si sarà fracassata il cervello fra le brughiere, oppure avrà vagato gemendo per le strade, resa pazza dalla tortura inflittale dal proprio talento. Infatti sarei capace di scommettere che Anonimo, il quale scrisse tante poesie senza firmarle, spesso era una donna. E' stata una donna, suggerisce Edward Fizgerald, credo, a comporre le ballate e i canti popolari, accordandoli al ritmo della culla, oppure per ingannare il tempo mentre filava, durante le lunghe sere d'inverno."

Anche con l'arrivo del '700,  quando qualche nobildonna istruita incominciava a lasciar traccia, nei suoi diari e nelle sue lettere, di poesie e di narrazioni degne dei migliori romanzi, certe descrizioni e certi slanci geniali erano destinati a rimanere nascosti negli in folio, o accolti con ironia e con aria condiscendente dagli uomini di corte e dai professori più in vista dell'epoca. 
Siamo ancora molto lontani dall'emancipazione della donna come artista: gli scritti sono pervasi di frustrazione, talvolta di rabbia per la condizione femminile, e questi sentimenti soffocano la purezza dell'arte di queste pioniere nello scrivere.
Nel libro è riportato, fra i vari assaggi delle troppo poco declamate scrittrici dell'epoca, un breve passo della poesia geniale, e tuttavia contaminata dalla rabbia della duchessa Margaret di Newcastle, che io trovo emblematico: "Le donne / vivono come pipistrelli o gufi, / lavoran come bestie, muoiono come vermi..."

Persino nell'800 si riscontra ancora un residuo della ricerca di anonimità, un retaggio del senso di pudore che è sempre stato imposto alla donna dalla società, da parte di molte grandi scrittrici che nascondevano la loro identità dietro pseudonimi maschili: vengono citate Currer Bell (Charlotte Bronte), George Elliott e George Sand. Ognuna di queste donne doveva fare i conti con un sentimento ostile che avrebbe accolto le loro opere, se pubblicate con un nome femminile; con professori e critici che in ogni momento avrebbero ricordato loro che erano fuori posto, che le avrebbero derise per aver preteso di arrivare dove per una donna è impossibile; e tutto questo era da confutare, da contestare... tutto questo, secondo la Woolf, influenzava in modo decisamente negativo i loro scritti, perchè limitava il loro punto di vista di artiste e impediva al loro genio di esprimersi in slanci di pura creazione.

Perchè è proprio qui che, con "Una stanza tutta per sè", Virginia Woolf vuole arrivare. "Qual'è lo stato d'animo più propizio alla creazione?" si chiede, e ci chiede a un certo punto. E dopo qualche pagina risponde: "[...] la mente dell'artista, per poter compiere lo sforzo prodigioso di liberare nella sua totalità l'opera che è in lui, dev'essere incandescente [...]. Non ci dev'essere in essa alcun ostacolo, alcuna materia non consumata."

La "stanza tutta per sè" e la rendita di 500 sterline l'anno a cui la Woolf accenna spesso e volentieri durante tutto il saggio, non si riferiscono esclusivamente all' indipendenza prettamente economica che un'aspirante scrittrice dovrebbe cercare di raggiungere. E' la condizione necessaria per poter gestire la propria vita senza dover giustificare le proprie scelte a nessuno; è strettamente legata a una mente libera dal timore di essere giudicata e contestata in quanto donna che dipende dall'uomo.

Certamente ci vorrà ben più di una generazione di romanziere, poetesse, saggiste e via dicendo perchè la donna possa scrollarsi di dosso ogni retaggio di dipendenza, ogni complesso di inferiorità provocato da millenni di tentativi, da parte delle varie società, di soffocare le sue velleità artistiche.  Perchè smetta di sentirsi osservata e criticata, perchè smetta di sentirsi in dovere di affermare la propria femminilità di fronte all'arroganza di quei professori che l'hanno sempre guardata come "un barbocino che ha imparato a ballare". Perchè smetta di scrivere per dimostrare il proprio valore al sesso opposto.

L'ultimo capitolo si apre con uno spaccato di Londra, visto dalla finestra della camera dell'autrice. Nella grigia routine di tutti i giorni, una scena significativa si presenta ai suoi (e ai nostri) occhi come una rivelazione. Ricordate quando si parlava della divinazione come della capacità di comprendere i segni che ci appaiono all'improvviso, durante la quotidianità? Sentite come si esprime Virginia:
"A questo punto, come a Londra capita spesso, sopravvenne una calma completa; il traffico cessò. Nulla scendeva per la strada; non passava nessuno. Una foglia si staccò dal platano alla fine della strada, e cadde in mezzo a quella pausa, a quella sospensione. Era come un segnale che cadeva, un segnale che indicava nelle cose una forza inavvertita. Pareva segnalare un fiume che scorreva invisibile lungo la strada, girava l'angolo e sollevava le persone in un turbine [...]. Ora portava, da un lato all'altro della strada, diagonalmente, una ragazza dagli stivaletti lucidi; e poi un giovane dal cappotto marrone; e anche un taxi; tutti e tre si incontrarono in un punto proprio sotto la mia finestra; lì il taxi si fermò; si fermarono la ragazza e il giovane; entrarono nel taxi; e poi la macchina scivolò via, come trascinata altrove dalla corrente."

Con la visione della coppia che sale sul taxi La Woolf arriva finalmente al compimento di tutte le riflessioni in cui si è immersa nei giorni precedenti. L'aver compiuto ricerche sui costumi dei tempi passati; l'aver sfogliato saggi scritti da uomini, in cui uomini dissertano sulle donne, sulle loro condizioni, sul senso della loro esistenza; l'aver ragionato sul rapporto che l'uomo ha con la donna, sul rapporto che la donna ha con l'arte, sul rapporto che poetesse, romanziere e saggiste hanno con la società; tutto questo ha fatto sì che la sua mente si sia tesa nello sforzo enorme di ricavare un messaggio per le aspiranti scrittrici che assisteranno alla sua conferenza, che berranno ogni sua parola per distillarne un nocciolo di verità pura...
La visione del taxi, dove un uomo e una donna si riuniscono e partono per chissà dove, scioglie finalmente la tensione di tutte le considerazioni fatte sinora: è un'epifania.
E l'improvvisa soddisfazione con cui la Woolf assiste alla scena, la porta a chiedersi se la mente abbia "due sessi che corrispondono ai sessi del corpo, e se anch'essi debbano unirsi per giungere alla completa soddisfazione e alla felicità".
Il taxi è come un'apparizione, in cui si condensa lo scopo di tutto il saggio.
I due sessi non possono esistere indipendentemente l'uno dall'altro. Nonostante "tutto questo opporre un sesso all'altro, una qualità all'altra; tutto questo rivendicare superiorità e attribuire inferiorità", l'esperienza ha sempre dimostrato che l'uomo ha bisogno della donna, e che la donna ha bisogno dell'uomo, perchè entrambi si completano a vicenda.
E analogamente, che un'opera d'arte profonda e duratura abbia bisogno delle prospettive di entrambe i sessi per essere concepita: solo una mente androgina può creare un'opera d'arte incontaminata, senza ragionamenti tipicamente femminili o maschili che la possano inquinare.
Per la Woolf la mente androgina è risonante e porosa; trasmette l'emozione senza ostacoli; è naturalmente creatrice, incandescente e indivisa. 
Chi scrive dev'essere solo sè stesso, deve isolare la materia su cui scrive da tutte le possibili corruzioni  di carattere sessista, che implicherebbero una visione limitata e piena di risentimento.
Ci vorrà ancora una consistente tradizione di scrittrici prima che le eredi della stessa Virginia Woolf smettano definitivamente di usare la letteratura come metodo di autoespressione femminista.
Perchè, per usare le parole dell'autrice, incomincino sì a scrivere da donna, ma dimenticando di essere donne.

E indubbiamente l'avere una stanza tutta per sè, con tutte le sue implicazioni di carattere simbolico, ma anche con l'esortazione di tipo più prosaico "Siate indipendenti, anche economicamente", è la premessa ideale perchè una donna possa scrivere con una mentalità androgina, davvero universale.


Le immagini di questo post sono state scannerizzate dal libro di mia proprietà "Una stanza tutta per sè" di Virginia Woolf, Newton Compton Editori. L'immagine di copertina è un dipinto di Edward Hopper e s'intitola "Room in Brooklyn" (1932).

martedì 10 novembre 2009

Alcuni rimedi naturali per la salute dei nostri cani


Sommario:
-Cani che brucano...
-Qualche rimedio erboristico per chi non possiede un giardino
-Spicchi d'aglio e foglie di noce contro pulci, zecche e parassiti vari
-Terra e Acqua per curare molti mali



AVVERTENZA: i consigli che descrivo in questo post sono tratti da varie fonti, perlopiù da libri di erboristeria e da esperienze e osservazioni fatte personalmente. Prima di applicare ognuno di essi, ho sempre parlato con la mia veterinaria di fiducia: raccomando a voi di fare altrettanto, perchè  ogni cane ha le sue peculiarità di razza (anche i meticci), la sua età, il suo stato di salute, e quello che può andar benissimo per i miei cani potrebbe essere sconsigliato, o persino dannoso, per altri.

Qualche anno fa, quando avevo incominciato ad appassionarmi di erboristeria, dopo un po' avevo incominciato a chiedermi se certe cure adatte a noi fossero applicabili anche ai cani.
Volevo essere prudente, perchè i cani hanno un metabolismo abbastanza diverso dal nostro, basti pensare a quanto sono velenosi per loro l'alcool, il caffè e il cioccolato... Per cui anche per quanto riguarda l'argomento erboristeria ci sono andata molto cauta.
Il segreto è osservarli.
Cani che brucano...
Sappiamo che i cani hanno una capacità incredibile di distinguere ciò che in natura è per loro nocivo o salutare, e questo riguarda anche le erbe. In passeggiata abbiamo più volte osservato come spesso si fanno certe scorpacciate di gramigna, che è utile per farli andare di corpo.
In giardino, poi, quando avevo incominciato a far crescere le aromatiche come il rosmarino, la menta e il timo, nonostante avessi recintato l'aiuola con dei paletti, li vedevo spesso invadere l'area proibita per frequentarla come fosse una piccola farmacia naturale.
Loro sanno sempre cosa mangiare o dove strusciarsi... spesso li vedo mangiare l'ortica a grandi morsi voraci (mi chiedo come facciano a non irritarsi la lingua!), o se li annuso li sento profumare intensamente di mentuccia. La mia Kina, poi (la lupona fulva della 3° foto), in tarda estate divora tutti i boccioli delle settembrine (arbusti che in settembre darebbero dei graziosissimi fiori rosa e viola), ma lo fa con tanta passione che alla fin fine la lascio fare... con gran disperazione di mia mamma!
Allora decisi di recintare l'aiuola con una rete più alta, altrimenti le erbe che coltivavo si riempivano di peli e diventavano inutilizzabili. Però in compenso piantai in giro per il giardino arbusti e cespugli delle loro erbe preferite, cosicchè potessero servirsi senza problemi delle medicine di cui hanno bisogno.
Se avete la fortuna di avere un piccolo pezzo di terreno, mettete a disposizione anche dei vostri cani le aromatiche di uso più comune (rosmarino, menta, ortica, salvia, timo) circondandone magari il fusto con una protezione di legno o di plastica (da sostituire periodicamente) per evitare che i maschietti vi urinino sopra uccidendo la pianta.
E lasciate in giro anche un pochino di gramigna!
Qualche rimedio erboristico per chi non possiede un giardino
Vi segnalo comunque qualche rimedio erboristico che si può somministrare senza problemi anche ai cani. Alcuni di questi rimedi li ho trovati nel libro di Marie-France Muller (psicologa e naturopata) "La medicina naturale per i nostri cani", altri li ho appresi con l'esperienza.
Per congiuntiviti e infiammazioni agli occhi gli impacchi di camomilla o malva (o entrambe) sono l'ideale. Basta impregnare un pezzo di cotone con l'infuso (raffreddato) e tenerlo sull'occhio per circa 5-10 minuti. L' operazione si dovrebbe ripetere ogni 3 o 4 ore.
Per bronchiti e problemi respiratori si possono somministrare ai cani tisane e infusi di eucalipto, timo, cannella e ginepro. Ci si dovrà adeguare a somministrarglieli con un cucchiaio, proprio come coi bambini.
Per regolarizzare il calore della femmina potete dar loro degli infusi di salvia una settimana prima dell'inizio previsto: la salvia è un'erba emmenagoga, e come stimola le mestruazioni nella donna, anche in questo caso avrà lo stesso effetto.
Per la crescita dei cuccioli e come depurativo l'ortica è l'ideale. Si può somministrare sia come infuso che mischiandone le foglie nel pasto, cotte insieme ai legumi.
Inalazioni per i raffreddamenti: bloccate in qualche modo il vostro amico all'interno della cuccia e ponete davanti alla porta un diffusore di aromi dove avrete messo un po' di olio balsamico. Per questo scopo vanno benissimo l'olio di eucalipto, di pino, di  timo, di limone  o di lavanda. Coprite il tutto con uno spugnone, e non badate troppo alle sue lamentele: la cosa durerà solo qualche minuto... in fondo neanche a noi piace fare l'aerosol!
Spicchi d'aglio e foglie di noce contro pulci, zecche e parassiti vari
 Molto spesso ci troviamo a dover spendere durante tutta l'estate cifre non indifferenti per comprare le fialette antipulci come il Front Line. Ma per questo problema c'è una soluzione salutare e senza dubbio molto più economica: l'aglio. 
L'aglio, oltre a essere uno degli antisettici e antitumorali più potenti in natura, è un efficace antipulci, antizanzare e antizecche. Questo è dovuto al fatto che praticamente tutti i parassiti ne detestano il gusto e l'odore. Se nella dieta dei cani è presente l'aglio, il sangue s'impregna di quell'odore e di quel sapore.
Quando venni a conoscenza di questa cosa, domandai alla mia veterinaria se l'aglio potesse essere in qualche modo nocivo per i cani, spiegandole lo scopo per cui avevo intenzione di impiegarlo. Lei mi rispose che non sarebbe stato affatto nocivo, che si poteva darglielo quotidianamente, ma che secondo lei contro pulci e zecche non avrebbe sortito alcun effetto.
Io ci provai, e constatai che invece l'aglio è molto efficace. Ho tre cani, due di taglia media, uno di taglia grossa. Metto in ciascuna delle loro ciotole uno spicchio d'aglio tagliato a pezzettini, mischiato col resto del cibo, un giorno sì e uno no.
I cani non sono schizzinosi: certi, anzi, ci prendono gusto e ne diventano ghiotti!
Noi non sentiremo nessun odore sgradevole sul loro pelo, ma pulci e compagnia bella troveranno il loro sangue disgustoso, e se ne accorgeranno già da lontano.
Adesso durante l'estate gli somministro il Front Line solo un paio di volte, perchè è comunque utile per disinfettare e purificare gli ambienti che i cani frequentano da eventuali uova e dalle pulci più temerarie.
Per tenere lontani i parassiti dalle cucce, inoltre, è molto efficace ricoprirne il pavimento con un tappeto di foglie di noce fresche, da cambiare spesso.
Per il resto l'aglio fa il suo dovere senza bisogno di altro. Senza contare quanto sia benefico per la loro circolazione, per i reumatismi, per eventuali infezioni e per la prevenzione dei tumori.
Terra e Acqua per curare molti mali
Avete mai notato come, durante le passeggiate in campagna, i cani amino razzolarsi nelle pozzanghere e farcisi dei veri e propri bagni?
Il mio Nuvolino se ne sta interi minuti a fare i suoi semicupi, mentre Kina e la Bubi ci sguazzano
appassionatamente impantanandosi da capo a piedi... Dove vivo io il terreno è argilloso, e non mi preoccupo se vanno in giro ad infangarsi tornando irriconoscibilmente melmosi: so che gli fa bene. Il fango dopo un po' si asciuga e si stacca, e dopo una bella spazzolata il pelo è più lucente di prima.
I cani vanno a cercare l'argilla per le sue numerose proprietà: favorisce la cicatrizzazione delle ferite, assorbe e drena le sostanze tossiche, i microbi e i batteri, favorisce la ricostruzione del tessuto osseo, è un prezioso medicamento gastrico, riequilibra la flora intestinale, rinforza le difese dell'organismo, combatte l'anemia e rivitalizza gli organismi indeboliti.
Anche in casa possiamo curare i nostri cani con l'argilla. La si trova in erboristeria e in farmacia, sia frantumata per le applicazioni esterne sia polverizzata per l'assunzione via orale. 

Uso interno
Sempre nel libro "La medicina naturale per i nostri animali" Marie-France Muller consiglia di aggiungere l'argilla all'acqua nelle ciotole dei nostri animali. La dose è di 4 cucchiai per litro d'acqua. Per un animale malato consiglia di somministrarne un cucchiaino in mezzo bicchiere d'acqua.
Io ho provato a metterne un po' (di quella polverizzata comprata in erboristeria) nelle ciotole dei miei cani, ma inspiegabilmente essi la ignorano, mentre bevono molto volentieri quella che trovano in natura.
In ogni caso potete provare anche voi.
Le azioni benefiche dell'argilla assunta per via intern
a sono molte, perchè essa non si limita a curare il singolo problema, ma agisce su tutto l'organismo, riequilibrandolo e stimolandolo ad assimilare le sostanze che il corpo malato non è in grado di trattenere. Inoltre assorbe ed elimina le tossine, e regola il metabolismo e l'azione delle ghiandole endocrine.

Uso esterno

Le preparazioni ideali per l'uso esterno dell'argilla sono il cataplasma e i fanghi, due trattamenti analoghi ma che differiscono per la loro intensità.
Per preparare il cataplasma utilizzo un contenitore
di terracotta. Può essere anche di legno o di vetro: l'importante è che non sia di metallo o di plastica.
Mi munisco di un panno possibilmente di tessuto naturale (pare che i tessuti sintetici riducano l'efficacia del trattamento). Il panno dev'essere spesso, e parecchio più largo della parte interessata al trattamento.
Verso nella ciotola un po' di argilla (anche quella frantumata va benissimo)  e la ricopro d'acqua,
tenendo da parte un altro po' di argilla nel caso il mio preparato diventi troppo fluido.
Lascio riposare il tutto in modo che la terra assorba l'acqua, senza metterci le mani (altrimenti il composto rischia di diventare un pasticcio).
Una volta che l'argilla è diventata una pasta liscia e omogenea, con un cucchiaio di legno la spalmo per uno spessore di circa cinque-sette millimetri sul panno o sulla garza.
A questo punto applico il cataplasma sulla parte interessata, fissandola con una fasciatura in modo che stia ferma (ma che non sia troppo stretta). Lo lascio per un lasso di tempo che va da qualche minuto a diverse ore, a seconda del trattamento da effettuare.
In questo periodo tengo d'occhio i miei cani, perchè spesso cercano di strapparsi di dosso il medicamento. Per questo lo faccio verso sera.

Per decongestionare gli organi interni affetti da uno stato infiammatorio o infettivo sono sufficienti due o tre ore: meglio non stressare l'organismo con più cataplasmi al giorno.
Quando il mio Nuvolino aveva un'infiammazione ai reni per via di piccoli calcoli (nella pipì erano presenti delle gocce di sangue) ho preferito fargli solo un cataplasma al giorno fino alla completa guarigione. La veterinaria gli aveva prescritto un mangime speciale (e costosissimo) da prendere per due mesi, ma con i cataplasmi di argilla è bastato dargliene solo per un mese: alla fine lui è guarito alla perfezione, e il problema non si è mai più ripresentato.


Per il trattamento di ossa, vertebre e articolazioni (osteoporosi, decalcificazione, rachitismo) il cataplasma va tenuto per tutta la notte. E' un vero toccasana per i cani un po' anzianotti.
La mia Bubi ha tredici anni, e fino all'anno scorso incominciava a irrigidirsi nella zona delle anche e nelle zampe posteriori (nonostante fosse ancora in grado di correre come un proiettile, incominciava a far fatica a salire le scale, e non riusciva più a saltare in macchina quando si doveva andare da qualche parte). Durante i week-end ho incominciato ad applicarle i cataplasmi d'argilla, venerdì e sabato notte. Adesso è tornata ad essere agile, e non soffre più.

Per la cura di piaghe o ascessi il cataplasma può essere sostituito anche dopo un'ora, ma io preferisco sostituirlo ogni venti minuti-mezz'ora, perchè protrarre una singola applicazione può causare dei danni. 
I fanghi possono essere utilizzati quando si teme una reazione troppo forte al cataplasma.
Per prepararli basta aggiungere più acqua al preparato iniziale, in modo che diventi molto più fluido, ed immergervi un asciugamano (sempre in tessuto naturale).
Quindi, una volta impregnato di fango, applicare sulla parte interessata, ricoprire con un altro asciugamano o panno asciutto e fissare il tutto con una fasciatura.
Qualche volta la mia Kina, in estate, ha problemi di allergie e arrossamenti. In quelle occasioni le spalmo un po' fango direttamente sulla parte interessata e la lascio libera di gironzolare in giardino. Dopo un po' il fango si secca e si polverizza, e in qualche giorno Kina guarisce (
la veterinaria mi ha consigliato di darle, in quei periodi, un menù a base di carne d'agnello e verdure).  
Una volta trascorso il tempo previsto, il cataplasma (o il panno impregnato di fango) va tolto e i residui di terra vanno eliminati con acqua tiepida, ma niente sapone.
Ovviamente l'argilla utilizzata va buttata via perchè è piena di sostanze tossiche, e le garze, le fascie e tutti i tessuti utilizzati per l'applicazione vanno lavati bene e fatti asciugare all'aria aperta.
Nei casi di piaghe e ulcere, in seguito al cataplasma si può riscontrare un apparente peggioramento del male, come sanguinamento e fuoriuscita di pus, ma non è il caso di impressionarsi, perchè in realtà è così che avviene la guarigione. Come in molte cure olistiche il male viene tolto alla radice: le sostanze nocive e infette devono venire eliminate prima che la ferita si possa cicatrizzare e guarire definitivamente.



I modelli delle foto di questo post sono Nuvolino, di professione attore e ladro, Kina, cagnolona buona e chiacchierona, e quella vecchia canaglia della Bubi. L'ultima immagine è un omaggio al Break, un amico che se n'è andato nel lontano '94 per aver mangiato una polpetta avvelenata. Il gattone bianco si chiamava Pelucco, suo amico inseparabile.
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